12.7.17

ALCUNE RIFLESSIONI SU FIRENZE, TURISMO DI MASSA E "PISCIATORI" AMERICANI


Il turismo oggi, quello promosso dalle istituzioni è un turismo di massa legato alle logiche di profitto e incentrato sul consumismo  sfrenato; i "pisciatori" americani, due dei tanti turisti o studenti riempiti di soldi dalle famiglie e spediti  in Europa per conseguire un qualche Master, in chissà quale scuola privata internazionale,  per quanto loro e il loro gesto non rappresentino un reale problema, sono però il frutto di questa politica che ha trasformato il centro storico in un Luna park misto ad un duty-free aeroportuale per ricchi turisti, quando poi si riempie il centro di militari e  telecamere a riconoscimento facciale, con la municipale che rincorre i senegalesi in Via Calzaiuoli, che fa sloggiare i senza tetto che dormono in Piazza Brunelleschi, oppure il sindaco che con l'appoggio di prefetto, digos e compagnia bella,  sgomberano chi occupa le abitazioni sfitte per necessita.  Logicamente questo viene fatto in una logica scellerata di lotta al  degrado, mirata ad eliminare  tutto ciò che può in un modo o nell'altro, turbare i poveri turisti che affollano la città cartolina.

Riportiamo alcuni dati sul turismo di massa che ogni giorno investe Firenze:

Ogni anno a Firenze soggiornano più di 9 milioni di turisti, che diventano addirittura 13 milioni se prendiamo in considerazione anche l'area metropolitana, in più c'è da tenere di conto di tutti quei visitatori che a Firenze restano solo un giorno e quindi non pernottano. Firenze si aggiudica il secondo posto dopo Venezia, come  città italiana con più densità turistica annuale, infatti solo nell'area Unesco si registrano circa 6.000 turisti per chilometro quadrato in una città che non arriva al mezzo milione di abitanti. Gli arrivi di visitatori sembrano non volersi fermare, negli ultimi due anni i flussi turistici provenienti dalla Cina sono aumentati del 26,5%, mentre quelli coreani addirittura del 30%.
Il turismo porta  ogni anno nelle casse Comune circa 51 milioni di euro che derivano dalle tasse di soggiorno (25 milioni), dagli ingressi dei Bus turistici (18 milioni) e i restanti milioni invece provengono dagli ingressi museali. La metà di questi soldi vengono versati al Ministero dei beni culturali.
Dobbiamo inoltre sfatare il mito del turismo che porta soldi, o meglio, dobbiamo chiederci: " a chi il turismo porta i soldi?". Chiaro, ai proprietari di alberghi, ristoranti, locali, ai palazzinari, imprenditori;  insomma il turismo porta un reale e cospicuo guadagno solo a chi sfrutta, ma non certo ai lavoratori, i quali nonostante l'aumento della mole lavorativa derivata dall'incremento dei flussi turistici, si vedono recapitare gli stessi salari.
Se da una parte il turismo a Firenze ha fatto sì che il settore terziario continuasse ad assumere anche nei periodi di crisi, dall'altra non ha certo migliorato le condizioni dei lavoratori  che si sono visti accollare i soliti contratti a termine, a chiamata, Jobs Act, Voucher e spesso anche a nero. Oltre a questo l'incremento turistico ha mutato radicalmente gli orari lavorativi,  generando lo scempio a cui stiamo assistendo: le attività aperte 365 giorni l'anno,  il lavoro obbligatorio nei giorni festivi, fino ad arrivare a ciò che auspicano i padroni, cioè le aperture 24h su 24, sette giorni su sette.                           Quindi il turismo di massa deve essere considerato come un nemico dei lavoratori, visto che quest'ultimi da esso non ne traggono nessun beneficio, ma è un fenomeno che  va solo ed esclusivamente ad ingrassare le tasche già gonfie del capitale.

N.L.




http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/17_luglio_06/firenze-selfie-pipi-nudi-fronte-ponte-vecchio-c9326e92-6230-11e7-9295-7f1167187369.shtml?refresh_ce-cp

In seguito il commento del compagno A.Z. , riguardo l'articolo apparso il 6 Luglio 2017 su "Il Corriere Fiorentino"che parlava appunto, dei due cittadini americani sorpresi ad urinare dal Ponte alle Grazie:

"Un fancazzista di nome Gianassi, assessore al non so cosa, gli ha slegato dietro la polizia municipale e addirittura il consolato statunitense, quello che blocca mezzo centro storico perché ha sede sul lungarno (io lo trasferirei a Case Passerini, sede della discarica).
Unico commento possibile, a parte la constatazione ovvia che tutte 'ste fozzedellóddine sarebbe bene cominciare a licenziarle visto che non hanno di meglio da fare, resta la vecchia canzonaccia goliardica in greco maccheronico qui allegata."

Edramon kai edramon, edokesan pompaioi, hoi tessares pseudaioi ton tes poleis fulakon.
Epheboi partenai, mè piskete en kanalois allà piskete en gambalois tois ton tes poleis fulakon!

Correvano e correvano, sembravano pompieri, quei quattro finocchiacci delle guardie di città.
Giovani, ragazze, non pisciate nei canali ma pisciate sui calzoni delle guardie di città!

A.Z.

7.7.17

LE RAGIONI DELLA LOTTA DEI LAVORATORI DELL'ACI



SULLA LOTTA DEI LAVORATORI DELL'ACI - DOCUMENTO UNICO DEI VEICOLI OVVERO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE A SERVIZIO DEL CAPITALE 

Ennesima riforma del governo delle banche a danno dei cittadini e dei lavoratori. Stiamo parlando del “documento unico del veicolo” – un piccolo regalo per l’automobilista che invece non è altro che un “cavallo di Troia” usato per avviare la distruzione di un altro pezzo di Pubblica Amministrazione che ancora riesce a funzionare a servizio del cittadino. 
Tutto inizia nel 2015 quando il Governo viene delegato dal Parlamento a riformare - tra le altre cose - il settore delle pratiche automobilistiche, facendo sì che ci siano “considerevoli risparmi” e semplificazione per il cittadino, senza nessun costo aggiuntivo per lo Stato. A febbraio 2017, dopo un anno e mezzo, viene partorito un testo molto tecnico, dal quale sono completamente scomparsi semplificazione e risparmio per lasciar posto a tagli di servizi e di posti di lavoro. Immediata l’opposizione dei lavoratori ACI e ACI Informatica per dire un NO deciso a questa riforma farsa. Inutilmente i lavoratori hanno cercato il colloquio con il governo, in particolare con i Ministri Delrio e Madia, che non hanno recepito nessuna delle istanze e delle proposte fatte anche dalle commissioni parlamentari limitandosi a generiche rassicurazioni. 
Senza ascoltare i lavoratori, ignorando i pareri delle Commissioni Parlamentari, disattendendo i criteri imposti dalla delega, aldilà del buon senso, il Decreto è stato approvato. Verrà così smantellato di fatto l’unico sportello pubblico per le pratiche automobilistiche che funziona, lo sportello gestito da ACI – si ridurranno i punti di accesso sul territorio lasciando solo lo sportello pubblico della Motorizzazione che, a causa di pesanti tagli economici e di personale, non è in grado di fornire un servizio adeguato. Difatti la quasi la totalità dei cittadini – il 95% - che sceglie lo sportello pubblico, si rivolge allo sportello ACI. Questi cittadini saranno costretti rivolgersi alle grandi agenzie private (le piccole saranno spazzate via) pagando di fatto di più. 
Oltre a spendere di più per la singola pratica i cittadini perderanno anche importanti servizi a favore delle fasce più deboli, a partire dal servizio a domicilio a gratuito per i cittadini svantaggiati (detenuti, ricoverati in case di cura, portatori di handicap che non possono muoversi dal loro domicilio). Mentre il cittadino non risparmia (anzi spende di più) aumenta invece la spesa pubblica e c’è chi ci guadagna: un regalo alle multinazionali arriva dalle procedure informatiche che dovranno essere riscritte. Ad oggi per la parte ACI sono prodotte “in house”, con la gestione MIT saranno esternalizzate (le attuali sono a marchio HP). Si dovranno poi trovare i soldi per gli ammortizzatori sociali per 600 lavoratrici e lavoratori a contratto privato e circa 2900 dipendenti pubblici ACI i cui stipendi oggi non sono un costo per lo Stato (ACI è un Ente Pubblico Non Economico che si autofinanzia). Ente che si perde l’occasione di riformare: ACI è difatti un colosso che vive nel e del dualismo pubblico-privato e che ha entrate così ingenti da potersi permettere “iniezioni di liquidità” al finanziamento del Gran Premio di Monza, iniezioni nell’ordine di decine di milioni di euro. Ma tutto questo non si tocca, si smantella invece lo sportello pubblico che funziona lasciando che i soldi pubblici non vadano più in servizi al cittadino, ma restino a finanziare uno sport dove girano miliardi. 
I cittadini per le pratiche auto dovranno scegliere tra sportello MIT – che non ha risorse per far funzionare questo servizio – o agenzie private. Agenzie private delle quali viene formalizzato il ruolo di interlocutori privilegiati dello Stato dallo stesso decreto: i rappresentanti delle loro associazioni di categoria potranno dire la loro al pari di soggetti pubblici sulla tariffa che dovrà pagare il cittadino. Una riforma quindi che toglie a cittadini e lavoratori e fa un ennesimo regalo al capitale che finanzia le esternalizzazioni, le multinazionali, il Gran Premio di Monza e le grandi agenzie private. 

Un lavoratore ACI

5.7.17

LESOTHO: BUOI SULL'ASFALTO - CONTRADDIZIONI TRA PASTORIZIA E INFRASTRUTTURE






Di Lorenzo Brunello
Il Sani Pass è il tortuoso percorso che dal Sudafrica porta nel Lesotho, uno stato sovrano totalmente circoscritto dal territorio sudafricano.
L’altitudine del luogo non permette una facile proliferazione di alberi e arbusti e i pastori e i viandanti percorrono la strada sassosa, che conduce dalla dogana sudafricana a quella del Lesotho, per portare legna ai fuochi dei loro villaggi. Percorrono così 1332 m di dislivello distribuiti su un percorso di 9
chilometri, per portare la poca legna trovata a valle, nei propri spazi aperti e deserti a 2876 m. In un contesto così ancora incontaminato e arretrato tecnologicamente si sta inserendo la Cina.
Gli investitori cinesi, laddove l’acqua si estrae ancora dai pozzi, stanno costruendo strade asfaltate da far invida alle grandi metropoli europee, sfruttando peraltro i lavoratori locali. Questo permette alla Cina imperiale di porre le basi per la gestione delle reti commerciali dei nuovi centri urbani che vogliono creare in Lesotho. Le strade asfaltate sono aumentate esponenzialmente nell’ultimissima fase storica, da 887 km nel 2004 a oltre 1400 km nel 2014, un aumento superiore al 150% sul totale in soli 10 anni.
 
La popolazione dell’altopiano del Lesotho, che fino a pochi anni fa era costituita per la maggior parte pastori e agricoltori individuali, a causa dell’arrivo globalizzante del capitale cinese, si è ritrovata proiettata nell’avvio di un’industrializzazione e commercializzazione del suolo subordinata. Subdolamente la Cina ha infatti instaurato un rapporto di compravendita col governo dello stato. Attraverso la realizzazione delle infrastrutture sta ponendo le basi per radicare anche in quell’angolo di mondo i propri traffici indirizzati al profitto senza scrupoli.
Gli abitanti dei villaggi sono stati così indotti a dimenticare le competenze agricole e pastorali, per diventare abili facchini e operai. Lo stato africano, come gli altri stati continentali, sta subendo una mutazione indirizzata all’industrializzazione dei suoi territori.
Evitando di cadere nella retorica della giustizia delle condizioni di arretramento di quei paradisi terrestri lontani dalla corruzione delle grandi metropoli, è comunque fondamentale interrogarsi sull’effettiva amoralità di un tale sviluppo coordinato. In uno stato di cose globalmente giusto ed etico, le competenze per la realizzazione e per lo sviluppo andrebbero trasmesse nel limite in cui le popolazioni sovrane del territorio ne possano usufruire a beneficio della totalità. La realizzazione di una rete stradale così avanzata è chiaramente a beneficio di pochi ricchi dal momento che non esistono automobili nel Lesotho, eccetto quelle dei turisti e di qualche caso isolato nelle cittadine più grandi. Allora l’interrogativo cambia e c’è da domandarsi, perché le strade? Le strade sono la linfa
del trasporto e del commercio, ma laddove appunto non esistono auto, e gli spostamenti sono possibili solo a cavallo, perché l’impellenza di asfaltare? Il Lesotho non è infatti solo pastorizia e agricoltura. Se le colture a mais, i terrazzamenti agricoli e i vasti pascoli sono necessari al mantenimento dei locali, c’è chi riesce a sfruttare il non visibile, il sottosuolo. Le miniere del Lesotho, anche più di quelle sudafricane, sono ricche di diamanti, uranio e altri minerali, il quale commercio è però gestito e coordinato dai padroni inglesi. Anche a loro risulta dunque utile la costruzione delle strade. Anche l’Italia ha preso parte alla convergenza imprenditoriale per la realizzazione di grandi opere ne Lesotho. Se infatti una buona parte del Pil dello stato è derivabile dalla vendita di acqua ed energia elettrica al Sudafrica, ciò è dovuto ai sistemi di dighe che hanno generato grandi bacini idrici di approvvigionamento. In particolare, per la diga di Katse si deve rendere merito alla milanese Salini Impregilo Group.
La Cina controlla inoltre il settore tessile del Lesotho. Questo non vuol dire che si limita a produrre sul suolo dello stato dell’Africa australe. Infatti, oltre ad aver rilevato i piccoli impianti tessili locali, sta svolgendo un enorme lavoro di esportazione dei filati sintetici cinesi. Il prezzo concorrenziale di queste merci fa sì che i “cavalieri del Lesotho”, definiti così da Thom Pierce in un articolo per l’Internazionale del novembre 2016, siano abbigliati di pile sintetici esportati anziché di mantelli realizzati a telaio.
Inoltre nei villaggi sono iniziati a sorgere già i primi grandi spacci commerciali gestiti da negozianti cinesi, in sostituzione dei piccoli ruderi dove i pastori e gli agricoltori vendevano i loro prodotti. L’estensione della filiera non è ancora concretizzata totalmente. Negli spacci si trovano infatti prodotti di bassa qualità di fattura cinese, oltre ai grandi sacchi di farina e di cereali d’importazione.
Tutto ciò concorre nel rapido orientamento commerciale indotto che la finanza cinese sta imponendo nel Lesotho come in gran parte dell’Africa.

È così che si passa dai sentieri sassosi, percorsi da pastori e taglialegna, alle onde d’asfalto che collegano gli sporadici villaggi. Il confine labile si sta sfagliando sotto i loro piedi, e l’equilibrio della loro quotidianità si sta compromettendo,

29.6.17

IL MAROCCO E LE RIVOLTE DEL RIF

Di Niccolò Lombardini
Per comprendere più a fondo quali sono i motivi che negli ultimi mesi hanno reso il Marocco teatro di proteste da parte della popolazione berbera del Rif, dobbiamo fare obbligatoriamente un preambolo su questa regione in cui da sempre persistono sentimenti irredentisti, che talvolta sono stati e vengono tutt'oggi repressi dalla dinastia alawide, che regna sul Marocco. Il Rif è la regione più settentrionale del paese, un territorio a prevalenza montuosa con cime che superano i 2.000 metri;  il paesaggio è di un verde rigoglioso classico dei panorami alpini, ma che muta drasticamente divenendo secco e  brullo, via via che dalle montagne ci avviciniamo alle coste del Mediterraneo. 
Le principali fonti di sostentamento nella zona costiera sono basate su pesca e turismo, mentre nella parte montana, oltre la pastorizia e la lavorazione della lana con cui vengono prodotti i Djabella, le tradizionali tuniche marocchine, ciò che porta i maggiori ricavi è la coltivazione della canapa e la relativa produzione  di hashish, che avviene nelle fattorie nei dintorni di Chefchaouen e Issaguen, quest'ultima situata nel distretto di Ketama. Secondo un'inchiesta dell'ONU, il 70% della produzione mondiale di hashish viene prodotta nel Rif, mentre gli introiti ricavati dall'esportazione equivalgono al 23% del PIL del Marocco.
La produzione di hashish nel  Rif è una tradizione millenaria che risale ai tempi della via della seta, quando i mercanti arabi introdussero la canapa in Africa. L'esportazione in grande scala invece iniziò nella seconda metà degli anni sessanta, quando con  l'avvento della cultura hippie la richiesta di hashish verso l'Europa aumentò nettamente. 
Questa usanza è stata conservata gelosamente dai berberi nei secoli, facendola diventare parte integrante di quell'identità culturale che quest'ultimi hanno sempre difeso a spada tratta, da ogni minaccia che potesse  minare la loro autonomia da parte, sia  dei colonizzatori spagnoli e francesi, sia dallo stesso Re del Marocco.

Nel 1912 infatti, dopo il che il sultano Abd al-Hafiz riconobbe il protettorato della Francia sul Marocco e il controllo spagnolo di alcune zone tra cui il Rif, in tutto il paese scoppiarono grandi rivolte anticoloniali che durarono per più di un decennio. Le tribù berbere del Rif, furono quelle che resistettero più a lungo agli attacchi dei colonizzatori, ma purtroppo a causa dei precari rapporti tra le varie tribù causati da faide interne, in alcuni casi i rifani incapparono in grosse sconfitte militari come nel caso della rivolta anti-francese del 1912, che venne repressa duramente.                   
Le divergenze secolari tra le varie tribù furono però superate grazie all'avvento di Abd el-Krim al-Kattabi,  capo della temuta tribù degli Ait Ouriaghel, il quale riuscì a riunire i vari clan intorno a sentimenti anticoloniali, indipendentisti e instaurando una pratica di un islam più rigido. Abd el-Krim nel giro di poche settimane riuscì ad ottenere una serie di vittorie militari che causarono la morte di quasi diecimila soldati iberici, arrivando persino ad obbligare le truppe spagnole alla ritirata dopo che nella battaglia di Annual, 3.000 rifani sconfissero un esercito formato da 18.000 militari spagnoli. A seguito di questa serie di importanti vittorie militari, Abd el-Krim e gli altri capi clan impegnati nella resistenza fondarono il 1° Gennaio del 1922, la " Repubblica confederata delle tribù del Rif ". 
Abd el-Krim che rivestiva il ruolo di presidente della neonata Repubblica,  non voleva limitarsi alla sola liberazione del Rif, ma auspicava ad una "rivoluzione nazionale marocchina", che servisse ad innescare una serie di rivolte atte a liberare il mondo musulmano dal colonialismo; anche per questo motivo Abd el-Krim, non incentrò mai il potere della Repubblica del Rif nelle sue mani, ma si dichiarò sempre fedele al nuovo sultano del Marocco,   Mulay Yusuf ben al-Hasan.
Nonostante le molteplici dichiarazioni di fedeltà e sottomissione, il progetto di Abd el-Krim risultò troppo pericoloso agli occhi del sultano, che per paura di scatenare una reazione di Francia e Spagna decise di non sposare la sua causa,  lasciando di conseguenza le tribù berbere sole nel fronteggiare gli eserciti colonialisti.                  
Abd el-Krim
                   

Nel 1924 gli spagnoli asserragliati nelle uniche città ancora sotto il loro controllo come Ceuta, Melilla, Larache e Asila, richiesero l'appoggio aereo, sganciando sul Rif, per la prima volta nella storia in maniera così cosi consistente,  bombe a base di " gas mostarda" che causarono la morte di migliaia di rifani; gli effetti collaterali del gas si sono protratti nel tempo fino ad oggi, trasformando il Rif,  nella zona del Marocco con la più alta percentuale di cancro alla pelle. 
Le rivolte si estesero anche in altre città del Marocco controllate dai  francesi, i quali intervennero occupando Marrakech militarmente per scongiurare lo scoppio di una rivoluzione nazionale che a tratti sembrava imminente. Abd el-Krim forte delle vittorie sugli spagnoli il 13 Aprile del 1925, con soli 8.000 uomini decise di lanciare un'offensiva nel  territorio controllato dai francesi con l'obiettivo di prendere Fès, andandosi così a scontrare con  truppe formate da 20.000 uomini e supportate da  cinque battaglioni aerei, in quella che passerà alla storia come la "battaglia di Ouergha". Nonostante la superiorità numerica dei francesi, le conseguenze per quest'ultimi  dopo tre mesi di battaglia furono disastrose: 2.000 soldati uccisi e  4.000 feriti, decine di postazioni militari perse, la distruzione della base aereonautica di Meduina Ain e il sequestro da parte dei rifani di decine di migliaia di armi tra pistole, mitragliatrici, bombe a mano, cartucce e proiettili di cannone. 
Questa sconfitta spinse i francesi ad appoggiare militarmente gli spagnoli nella "guerra del Rif", andando come prima cosa, a colpire duramente i guerriglieri di Abd  el-Krim che nel frattempo erano giunti a 30 km da Fès.                             
La controffensiva francese inflisse la prima sconfitta sonante ad Adb el-Krim, segnando inesorabilmente l'inizio della fine della "Repubblica del Rif".
Intanto in Spagna la situazione politica era cambiata, con Miguel Primo de Rivera che dopo aver preso il potere con un colpo di stato, decise di intervenire con decisione nel conflitto in corso nel Nord del Marocco, con lo scopo di riportare il Rif sotto il protettorato spagnolo. l'8 Settembre del 1925, circa 13.000 soldati della Marina spagnola ed alcune centinaia di militari francesi supportati da squadre aeree e navali, presero parte allo "sbarco di Alhucemas"; un'operazione militare fatta con mezzi anfibi che portò, prima alla presa di Al Hoseima, ed inseguito a quella delle alture del monte Jebel Amekran, dove si nascondeva Abd el-Krim con i suoi guerriglieri. Dopo mesi di duri combattimenti, ai quali partecipò anche la legione straniera spagnola guidata da Francisco Franco, il 27 Maggio del 1926 le truppe franco-ispaniche decretarono la fine della "Repubblica del Rif" ed i guerriglieri guidati da Abd el-Krim si arresero il 30 Maggio a Targuist.  

Abd el-Krim venne fatto prigioniero ed esiliato nell'Isola di Rèunion dove  rimase fino al 1947, quando il governo francese accettò di trasferirlo in Francia. Durante il trasferimento a bordo di una nave mercantile diretta dal Sud Africa a Marsiglia, Abd el-Krim approfittando di una sosta presso il canale di Suèz, riuscì a fuggire trovando asilo in Egitto, dove trascorse il resto della sua vita, fondando il "Comitato per la liberazione del Maghreb" che aveva come obiettivo la liberazione coloniale del Nord Africa,  e denunciò davanti alla "società delle Nazioni" l'uso di armi chimiche da parte degli spagnoli nella "guerra del Rif" , i quali ancora oggi negano ogni responsabilità.
Una volta ottenuta l'indipendenza nel 1956, Mohammed V fu richiamato dall'esilio e riconosciuto come  Re del Regno del Marocco. Contemporaneamente nel Rif le tribù berbere si ribellarono alla dinastia alawide, scatenando rivolte che vennero represse nel sangue dall'esercito marocchino, che causò la morte di circa 8.000 rifani. Da questo momento il sovrano Mohammed V, instaurò nel paese un regime atto a reprimere ogni tipo di dissenso, che verrà consolidato definitivamente dal successore Hassan II.  In questo periodo storico, conosciuto come "anni di piombo marocchini", vennero giustiziati o fatti scomparire nel nulla migliaia di dissidenti politici o attivisti antigovernativi, molti dei quali socialisti o comunisti. Anche le  manifestazioni sindacali furono represse duramente, ed in certi casi si registrarono dei veri e propri eccidi come a Casablanca nel 1981 e a Fès nel 1990.     Questo regime di terrore, terminò nel 1999 con l'avvento dell'attuale sovrano, Re Muhammad VI, che con le sue politiche , ha attuato una serie di riforme mirate a democratizzare il paese, nonostante persistano tensioni in alcune zone del paese, come nel Saharawi.  

Per quanto riguarda il Rif, dopo alcuni anni di "calma apparente", lo scorso Ottobre, dopo l'uccisione di un pescivendolo ad Al Hoseima da parte della polizia, sono scoppiate delle rivolte per protestare contro gli abusi di potere delle forze dell'ordine. Da queste manifestazioni di piazza si è formato un movimento che ha sviluppato richieste precise, come ad esempio: maggiori servizi, maggiore giustizia sociale, maggiori collegamenti stradali ed investimenti nella regione, la quale rimane una della più isolate e svantaggiate del Marocco, con un tasso altissimo di disoccupazione e precariato.  Queste mobilitazioni che vanno avanti da alcuni mesi, si sono scontrate più volte con la polizia marocchina, che ha arrestato centinaia di manifestanti tra cui Nasser Zefzafi leader della protesta, dopo che quest'ultimo si era dato alla "macchia" sulle montagne, grazie alla complicità della popolazione del Rif.  
Nasser Zefzafi
Nasser Zefzafi, discendente della tribù degli Ait Ouraghel e membro di una  famiglia  da sempre, fervente sostenitrice dell'irredentismo rifano; il nonno di Nasser, fu ministro della "Repubblica del Rif", mentre il padre fu membro dell'Unione delle forze popolari, che era una scissione a sinistra del partito Istiqlal, il quale abbandonò una volta andato al governo. Nasser Zefzafi, oltre ad essere uno dei leader del "Movimento popolare del Rif", più noto come "Hirak", è stato un attivista del "Movimento 20 Febbraio", un'organizzazione di stampo sindacale sedicente marxista, che nel 2011 partecipò alle proteste contro il regime monarchico di Mohammed VI.
Lo scorso 26 Maggio ad Al Hoseima, durante la preghiera del venerdì, Zefzafi ed altri manifestanti hanno interrotto il sermone del predicatore, improvvisando un discorso contro le istituzioni e accusando l'Imam di essere al soldo del governo e di di usare la religione per fini propagandistici politici. Dopo una fuga di tre giorni tra le montagne del Rif, Zefzafi è stato arrestato e condotto insieme ad altri trenta manifestanti a Casablanca, dove dovranno difendersi dalle accuse di: interruzione dell'esercizio di culto, attentato alla sicurezza interna e all'unità dello stato e tradimento, rischiando fino a cinque anni di carcere.

Dopo l'arresto, ogni sera,  migliaia di persone sono scese nelle strade di Al Hoseima per chiedere la liberazione di Nasser Zefzafi e degli altri manifestanti arrestati. Le mobilitazioni di massa hanno spinto il governo di Rabat, ad inviare un delegazione nella regione, per annunciare lo stanziamento di un miliardo di euro da investire nella zona del Rif, dove nel giro di cinque anni verranno portati a termine una serie di progetti socio-economici che riguardano: sanità, istruzione e lavoro. 
Intanto nella regione del Rif le mobilitazioni per la scarcerazione dei militanti arrestati continuano, ed altre manifestazioni di solidarietà si stanno svolgendo in altre città del Marocco come nella capitale Rabat, dove migliaia di manifestanti molti dei quali legati al "Movimento islamico", si sono diretti verso il parlamento al grido di "libertà per i prigionieri politici" .
Dunque lo scenario politico in Marocco, per la prima volta dopo l'incoronazione di Mohammed VI, potrebbe tornare ad essere realmente esplosivo, con il rischio concreto che venga riproposto quel modello di regime repressivo instaurato nel paese dai suo precedessori. 

27.6.17

IN PIAZZA DE CIOMPI CON ALESSIO LEGA E ORESTE SCALZONE, IN MEMORIA DI LORENZO BARGELLINI


alessio lega


la piazza


in attesa del concerto


in memoria di lorenzo


maurizio lampronti


marzia


david


l'internazionale


l'internazionale


oreste scalzone e alessio lega


il concerto


Bella serata in piazza De ciompi. Un grazie ad Alessio Lega e ad Oreste Scalzone che tra canzoni e racconti ci hanno fatto passare una bella serata. Grazie anche a tutti i compagni e le compagne che nonostante il caldo hanno riempito la piazza. Un grazie a Marzia Mecocci per il ricordo di Lorenzi Bargellini ed a Maurizio Lampronti. Il nostro pensiero in quella piazza del quartiere quartiere di Santa Croce non poteva altro che essere rivolto a Lorenzo. 


LORENZO È VIVO E LOTTA INSIEME A NOI

19.6.17

GIOVEDI 22 GIUGNO PIAZZA DE CIOMPI PER LORENZO BARGELLINI... CON ORESTE SCALZONE E ALESSIO LEGA



Pochi giorni fa moriva inaspettatamente Lorenzo Bargellini, compagno e pilastro degli indomabili ribelli fiorentini. Questa doppia serata voluta dall'Associazione Mariano Ferreyra - con la presentazione dell'ultimo libro di Oreste Scalzone e del disco di Alessio Lega - era già stabilita. Lo avremmo voluto con noi e sarà un modo di tenercelo, fra parole e canzoni rivoluzionarie. Le parole di Oreste, il suo incederre ondeggiante come una marea che monta, le canzoni di Alessio che provano a ricollocare la lotta anche nella musica, sono un modo di non fare della Storia materia di nostalgia. Si intrecceranno le note, le irriverenze, le sfide al presente alla voglia di cambiare tutto, di ridare l'assalto al cielo. In pensieri, in musica, in parole, in atto. 

Venite numerosi. 

Ingresso gratuito

12.6.17

CONTRO OGNI SGOMBERO, PER LA RIAPPROPRIAZIONE DI OGNI STABILE SFITTO SOTTO CONTROLLO DI STUDENTI E LAVORATORI!


In risposta alle ulteriori tasse e alla diminuzione del numero di posti letto nelle "case dello studente",  un gruppo di studenti e studentesse ha deciso di riappropriarsi di uno stabile di proprietà di UniFi con lo scopo di garantire un alloggio a chi non può  studiare e lavorare per potersi permettere di pagare un affitto.  L'imminente risposta del rettore è stata quella di reprimere questo progetto abitativo, sguinzagliando celere e digos che violentemente hanno sgomberato lo stabile e il presidio dei solidali.  Vogliamo esprimere solidarietà per tutti i compagni e le compagne fermate e mettiamo a disposizione le nostre forze per portare avanti questa lotta che gli studenti hanno intrapreso.

CONTRO OGNI SGOMBERO

CONTRO OGNI TIPO DI REPRESSIONE POLIZIESCA

CASE PER TUTTI!

      Partito Comunista dei Lavoratori Firenze - Associazione Mariano Ferreyra

6.6.17

GIOVEDI 8 GIUGNO L'ULTIMO SALUTO A LORENZO BARGELLINI



Ripubblichiamo il comunicato del Movimento di Lotta per la Casa ed invitiamo tutti i compagni e le compagne ad essere presenti giovedi 8 giugno in piazza San Marco per dare l'ultimo saluto a Lorenzo.

PER DARE A LORENZO L'ULTIMO SALUTO CHE SI MERITA. UN CORTEO PER LE STRADE DEL SUO QUARTIERE DI SANTA CROCE, TEATRO DI MILLE BATTAGLIE, PER AFFERMARE CHE NON FINISCE QUI. 

Ci sono morti che pesano come macigni. Quella di Lorenzo è una di queste. Perdiamo un compagno come pochi. Straordinario nella sua generosità e nella sua coraggiosa testardaggine. Lorenzo ha passato una vita dietro le barricate, senza mai fermarsi, anche negli anni e nei momenti più difficili. Per lui non è mai stato il momento sbagliato per lottare. Una vita dedicata a tenere alta la bandiera di un riscatto possibile, da conquistare sul campo. Non con le “chiacchiere”. Lorenzo se ne è andato, ma non lascia il vuoto. Quelli come lui vivono per lasciare qualcosa di molto prezioso ai propri compagni. Lui lo ha fatto, impegnandosi fino all'ultimo respiro affinché il fuoco delle lotte non si spegnesse. E non si spegnerà. E' questa la nostra promessa, che facciamo a Lorenzo e ai suoi nemici di una vita intera. Non importa se oggi dalle istituzioni arrivano parole di cordoglio e attestati di stima. La memoria di Lorenzo continuerà a essere una memoria di parte, un'immagine indelebile, scolpita nei cuori e nella memoria di migliaia di proletari di questa città: quelli con cui Lorenzo si è schierato, dalla stessa parte della barricata. Perché quello era il suo posto, e siamo sicuri che sarebbe infastidito, oggi, dai tentativi di istituzionalizzare e santificare la sua memoria. Lorenzo non ha mai condiviso niente con chi sta nei palazzi, e non è stato un santo. La sua vita ha deciso di viverla contro, dando tutto se stesso nella lotta contro i ricchi e i potenti. Perché non c'è un altro modo di essere al fianco degli ultimi, e lui lo sapeva. Siamo invece sicuri che quello che vorrebbe è continuare a vivere nella memoria di chi non ha nulla e vuole riprendersi tutto. Quello che ci chiederebbe sarebbe di portarlo con noi nei prossimi picchetti e nelle prossime occupazioni, di continuare a essere in qualche modo al nostro fianco ad affrontare una carica della polizia, di fare tesoro dei suoi insegnamenti per tornare a dare l'assalto al cielo... come prima, più di prima... con lui per sempre nei nostri cuori. Non lo deluderemo... 

I compagni e le compagne del movimento di Lotta per la Casa

5.6.17

E' MORTO LORENZO BARGELLINI, UN GRANDE UOMO, UN GRANDE COMPAGNO, UN GRANDE AMICO



Ieri ci ha raggiunto come un fulmine a ciel sereno la maledetta notizia della morte improvvisa del compagno Lorenzo Bargellini. 

In momenti come questi non ci sono parole per spiegare le nostre sensazioni, ci vengono in mente i ricordi delle tante battaglie che ultimamente abbiamo condiviso, ma ci vengono in mente anche ricordi di belle serate passate in sua compagnia, ci ricordiamo le feste fatte dal Movimento per i suoi compleanni, ma anche le serate passate nella nostra sede a parlare e scherzare, l'ultima proprio pochi giorni fa in occasione del dibattito con Oreste Scalzone. 

Lorenzo era un punto di riferimento imprescindibile per tutti gli oppressi e gli sfruttati di questa città, senza di lui non sarà più la stessa Firenze. Onoreremo la sua memoria continuando sulla strada che lui ha tracciato in tanti e tanti anni di battaglie, di occupazioni, di cortei, di botte date e di botte prese, ma sempre dalla parte giusta della barricata. 

Come compagni e compagne del Partito Comunista dei Lavoratori ci stringiamo agli amici, ai parenti, ai compagni ed alle compagne del Movimento di lotta per la casa, a tutti coloro che hanno voluto bene a Lorenzo e con le lacrime agli occhi ma con i pugni ben alzati gridiamo 

HASTA LA VICTORIA SIEMPRE LORENZO 

i compagni e le compagne del PCL Firenze

LORENZO VA VIA E CI LASCIA AMMUTOLITI E NOI PER LUI, RIMANIAMO CON I PUGNI ALZATI




Lorenzo è la parabola della lotta grande e che pure è nella storia, tutta dentro un piccolo mondo antico di cui Firenze ne conserva ancora, perdendone i battiti, la memoria. I battiti di un cuore grande, grandissimo che si è fermato l’ultima volta ad un uomo che non si fermava mai, in un giornata calda e limacciosa di giugno appena iniziato. Un piccolo mondo antico, fatto di case del popolo e figli di partigiani, di bottegai e prole riottosa, del nipote di un sindaco e scrittore (Piero Bargellini) che ha una cugina, assessore alla casa del comune di Firenze, Sara Funaro nel PD di Nardella – quello più realista del re per intenderci - mentre lui invece sceglie fin da adolescente di essere antagonista e di rimanervi, alle logiche di classe, alle assegnazioni farlocche dei bandi per le abitazioni popolari e che di certo non avrebbe avuto il problema di un tetto sotto la testa né di un’esistenza che se l’avesse desiderata, semplicemente seguendola per quella che gli era stata destinata, avrebbe potuto essere di rendita. E invece di rendita Lorenzo non ha voluto vivere. 



Perché la vita non è la proprietà di uno speculatore, di un palazzinaro o di un istituto di credito. La vita è una casa che accoglie il diritto di chi diritti non ne ha, rendendola possibile. Mao, così ricordato, chiamato e amato, respira l’aria forte, intensa, del movimento della fine degli anni settanta, milita in Lotta continua, diventa per un anno, nel ’79, il referente del Collettivo autonomo viola, combatte l’eroina che è ovunque nei quartieri e infesta i compagni o semplicemente ammazza i più disperati e soli e quindi i più poveri, traendone una sconfitta amara. «Sono finito con spacciatori che mi puntavano pistole alle tempie. Ma anche quella battaglia, l’ab¬biamo persa: in quegli anni so¬no morti 70 ragazzi solo in San¬ta Croce per droga». 



Eppure non si arresta. Negli anni '80, è infatti in prima linea nella difesa per il diritto alla casa e si dà anima e corpo alle occupazioni, instancabile nella ricerca di stabili in disuso in quella riappropriazione degli spazi che mette in discussione l’egoismo della proprietà. E da allora è un treno, partecipa, organizza manifestazioni, viene denunciato e tante di quelle volte che si perde il conto. Bargellini, l’indomito compagno che della prassi, faceva la sua ragione militante e che solo pochi anni fa a chi in un intervista gli diceva: «Il prefetto chie¬de ai privati e al pubblico di im¬pedire le occupazioni mettendo in sicurezza gli immobili di¬smessi», rispondeva: «Beh, il prefetto do¬vrebbe dirlo a se stesso: metà di quegli immobili sono dello Stato. A partire dalle caserme. Abbiamo fatto bene a occupare Monte Uliveto, l’ex ospedale mi¬¬litare: sulle caserme si gioca la partita delle speculazioni in cit¬tà. Continuano a dire che man¬cano le aree per fare case popo¬lari? Alle Murate, ci sono stato in carcere tre volte da giovane, ora ci sono case dignitose. Nel¬le ex caserme sarebbe una buo¬na idea farci case popolari, ma¬gari per i richiedenti asilo: l’ha riconosciuto il prefetto che c’è una emergenza casa». E che non le manda a dire all’amministrazione comunale, anche quando entra nella giunta la cugina Sara Funaro (il piccolo mondo antico) e nonostante le condanne e i conseguenti lavori socialmente utili, non fa un passo indietro (teniamo presente che il Movimento gestisce a tutt’oggi, venti occupazioni e Lorenzo, ultimamente era impegnato nelle case popolari in via dei Pepi oltre che aiutare gli immigrati somali nel trovare riparo e casa nel palazzo dei gesuiti). 



Muore Lorenzo nella giornata di ieri che dà ora il cambio ad un momento nuovo che non lo vedrà più con noi. Muore nella casa all'interno dell'ex asilo Ritter in via Reginaldo Giuliani che occupava e che vede inane l’intervento del 118 che lo trova senza vita, forse da poche ore. I compagni del Pcl, per Lorenzo e il Movimento di lotta per la casa, nutrivano e nutrono un particolare affetto. Con Bargellini ci siamo trovati spesso a dare e portare solidarietà in sgomberi, agli sfratti. Spesso presenti alle loro assemblee, vicini, profondamente vicini nella questione migranti (che abbiamo scelto di seguire), durante i cortei, nelle parole d’ordine che denunciavano la recrudescenza borghese di un partito nazione al comune che in questi anni ha profuso ogni impegno nel rendere Firenze la città più ostile al proletariato e al sottoproletariato, all’uno impedendo la possibilità di aggregarsi in strade, ritrovi, piazze funzionali unicamente alla lunga teoria di negozi e botteghe per i consumi dei turisti, negando pertanto ogni possibilità di incontro (e organizzazione) e agli altri destinando un apartheid silenziosa e durissima nella repressione, in quella ricerca necessaria di un immobile dove poter dare dignità all’esistenza, politicamente, mettendosi a braccetto con gli interessi economici delle grandi società di proprietà bancaria nell’acquisizione di edifici sfitti da lasciare tali per future speculazioni e profitti e istituzionalmente, rendendo remota anche la possibilità di una di sanatoria verso quelle 80 famiglie che a Firenze vivono in casa popolari occupate e che come lo stesso Bargellini precisava, si erano trovate nella condizione di occupare dopo 18 anni di attesa nelle graduatorie sociali. 



Come lui pensavamo, sostenevamo, manifestavamo il dissenso per una Firenze che negli anni aveva cambiato completamente volto e che purtroppo non le è caratteristica specifica. Individualista, indifferente alla solidarietà che era propria dei quartieri e che li animava, una città diversa e che come diremmo oggi, subisce la gentrificazione, il che tradotto significa che nella mutazione del proprio profilo urbano , l’offerta e la compravendita si rendono necessarie, nella realizzazione fasulla di un passato che non le appartiene ed è artatamente costruito per il visitatore, il ricchissimo, mentre chi non può o arranca, oltre all’emarginazione può arrischiarsi anche un daspo o subire la vessazione della municipale nel dover pagare sazioni che non potranno mai essere corrisposte. Lorenzo era una garanzia di lotta e affetto per tutti coloro, italiani e stranieri che non avevano neanche un futuro da ipotecare, la cartina di tornasole in questa realtà cittadina, imbevuta di contraddizioni quale crudele piccolo mondo antico di veracissimo capitalismo, della coscienza vigile che non abbassa la guardia. Se c’era Lorenzo, sapevamo che nessuno sarebbe stato lasciato indietro. Ora siamo più soli. Determinati a continuare, con rabbia e dolore ma davvero con un pezzo importante, anzi essenziale che manca, ci lascia ammutoliti e noi per lui, con i pugni alzati.

1.6.17

NARDELLA E IL TURISMO BAGNATO





“Sposa bagnata, sposa fortunata!” recita un vecchio adagio per consolarsi della presenza di pioggia nel giorno del matrimonio. Chissà se la formula è valida anche per il turista? La notizia ha iniziato a girare in sordina e all’inizio è stata presa come una delle tante fake news che circolano in rete, ma nel pomeriggio della giornata di mercoledì 31 maggio è comparsa nelle edizioni on line di testate autorevoli, come Repubblica o Il Messaggero, con tanto di documentazione filmata e intervista al primo cittadino di Firenze. 

Roba da non crederci, il piddino Dario Nardella, sindaco di questa città, ha deciso di impartire una sorta di lezione collettiva di “bon ton” turistico e per farlo usa l’acqua; ma partiamo dall’inizio. Firenze è una città d’arte, già importante centro culturale, commerciale, economico e finanziario nel Medioevo, è considerata il luogo d'origine del Rinascimento, universalmente riconosciuta come una delle culle dell’arte e dell’architettura, patrimonio dell’Unesco, conta milioni di presenze turistiche all’anno, ma di contro è un “organismo” fragile proprio per i suoi contenuti e milioni di presenze turistiche, in qualche maniera, minano questa sua fragilità, vuoi perché sono tante, vuoi perché capita che qualcuno utilizzi in maniera che non piace all’amministrazione, spazi che sono il salotto buono della città e allora ecco la risposta di Nardella: “operazione acqua”, marciapiedi bagnati, in orari strategici, per evitare che il turista scostumato, ma magari stanco, utilizzi scale e sagrati delle chiese per sedersi o, per usare un termine oramai diventato istituzionale, per bivaccare. 

Ad inaugurare questo capitolo “anti turismo trash” sono state le scale di Santa Croce: dopo che i vigili avevano fatto alzare quanti sedevano su quei gradini, è entrata in funzione l’autobotte della ditta che si occupa della pulizia delle strade, un bel getto di acqua a pressione, rigorosamente filmato, come testimonianza e monito, anche a futura memoria. Se è vero che molti consumano il cibo per strada e qualcuno lascia tracce del proprio passaggio, va anche detto che in molte città straniere questa sorta di “disordine” non è ammessa, ma di contro vengono offerti spazi attrezzati per la sosta, senza dover, per forza, entrare in un bar e pagare per sedersi e, dal momento che noi non siamo malpensanti, siamo sicuri che questo aspetto della questione, sia la fase due dell’operazione acqua. 

Però, poi, magari è il caso di fermarsi un attimo a ragionare: Firenze vive di turismo e, considerato il suo patrimonio artistico e culturale, non potrebbe essere altrimenti. Turismo significa gente e questo, tradotto in moneta contante, vuol dire un imponente indotto di lavoro il cui finanziatore è il turista, quello che siede sui gradini del Duomo e quello che, magari con la bocca ancora unta di focaccia, per testimoniare la sua visita, si fa il selfie utilizzando come sfondo la bronzea Porta del Paradiso di Ghibertiana memoria. Indotto significa una catena lavorativa dove, a parte chi guadagna e straguadagna, sono impiegate, spesso sfruttate e sottopagate, tantissime persone con compiti diversi, ma tutti connessi al turismo e se il meccanismo dovesse andate in tilt o avere segni di cedimento, i primi a soffrirne sarebbero proprio questi, in sostanza quelli di sempre, con buona pace dell’amministrazione e nell’indifferenza dei propri datori di lavoro. 

È anche vero che gente significa confusione, ma la gestione di questa confusione è indicativa della qualità dell’amministrazione: la risposta non può essere questa sorta di gavettone collettivo con velata esortazione ai commercianti (così si è espresso il sindaco Nardella) a “fare questo tipo di attività” per quanto riguarda i marciapiedi perche, l’amministrazione ne sarebbe “ben contenta”. Ora magari ci sarebbe pure da pensare che questa trovata estemporanea di Nardella possa essere uno dei mille rivoli in cui può prendere piega il Decreto Minniti, di fatto scritto a misura del diritto del cittadino “perbene” alla sicurezza e al decoro, decreto che, di fatto, incide sulla libertà personale, che non si rivolge a chi commette reati di rilevanza penale (per quello c’è il codice e le leggi di polizia), ma contro chi “mette in atto comportamenti lesivi del decoro urbano e turba la percezione di sicurezza da parte dei cittadini.” e a questo punto il sindaco sceriffo creato da Minniti si ritrova i mezzi per consentire, a giudizio degli agenti della sua polizia, di non far frequentare ad alcune persone, magari poveri e mendicanti, quelle zone di città in cui la loro presenza risulti indecorosa o comunque inadatta. 

Ci asteniamo dal suggerire qualsiasi cosa perché non siamo operatori turistici, né abbiamo la vocazione di amministratori comunali, ci limitiamo a rimanere interdetti alla risposta che si dà a questo aspetto del governo della componente più importante dell’economia di questa città; ci sarebbe piaciuta una risposta diversa, soprattutto intelligente (ma che in realtà in sé contiene un preciso significato) perché questa esemplificazione, magari, alla fine ti fa fare il cattivo pensiero che il provvedimento non sia proprio tra i più utili e che anzi di fatto, si risolva né più e né meno in una boutade - che ha fatto ridere solo il sindaco - ridicola sì ma soprattutto arcigna nell’imposizione di una volontà precisa: la gentrificazione dal volto disumano che pretende gli spazi solo come i luoghi fisici che consentono merci, scambi e transazioni economiche, lontanissimi da ogni tipo di confronto ed incontro dal basso e infine la goffa istituzionalizzazione - e in questo caso davvero poco ironica e collettiva - delle battaglie d’acqua che più o meno tutti, quando eravamo ragazzi, abbiamo fatto sulle spiagge.

27.5.17

LA LOTTA DEGLI "HUNGER STRIKERS" PALESTINESI E LA SOLIDARIETA' INTERNAZIONALISTA DEI COMPAGNI NORD IRLANDESI



di  Niccolò Lombardini

In questi giorni, quasi quotidianamente nelle maggiori città dell'Irlanda del Nord, da Belfast a Derry, si stanno svolgendo presidi e cortei in solidarietà ai prigionieri palestinesi in sciopero della fame dallo scorso 17 Aprile. Oggi sarà il quarantunesimo giorno di digiuno.                                                           Lo sciopero della fame di massa, che ha coinvolto più di 1.500 prigionieri  è iniziato per protestare contro le rigidissime condizioni carcerarie in cui versano i detenuti palestinesi e contro le violazioni di diritti fondamentali come il divieto per " motivi di sicurezza " di ricevere, ormai da diversi anni, visite  dai propri parenti, di poter effettuare telefonate alle famiglie e per uscire dallo stato di isolamento a cui sono sottomessi.  Già nel 2012 le carceri israeliane erano state teatro di uno sciopero della fame di massa, dove 1.600 detenuti richiedevano le medesime cose.
Secondo alcune testimonianze e dati raccolti da Amnesty International, nelle carceri israeliane sarebbero presenti più di 3.600 prigionieri palestinesi arrestati nel contesto del conflitto                    israelo-palestinese e considerati dalle autorità israeliane come "security prisoners"; tra i detenuti ci sarebbero trecento bambini e cinquecento persone in stato di "detenzione amministrativa", quindi senza processo, di cui cinquantasette donne, tredici delle quali minorenni.                                                                                                      
Appena due giorni fa, venti prigionieri palestinesi  detenuti nel carcere di Hadarim,  dopo aver subito intimidazioni e violenze da parte delle guardie carcerarie per indurli a  interrompere  lo sciopero della fame, sono stati trasportati all'ospedale di Meir, dopo che le loro condizioni di salute erano peggiorate repentinamente.                                                                                                                    

Non è certo un caso se una delle più forti ondate di solidarietà giunge dall'Irlanda del Nord: un paese ed un popolo che hanno una tradizione storica di lotte carcerarie e scioperi della fame usati come metodo di denuncia e battaglia politica, di cui si sono avvalsi più volte nella storia i repubblicani irlandesi,  ma che è stata resa nota all'opinione pubblica durante il periodo dei " The Troubles".
Nel 1976 il governo britannico decise di togliere ai detenuti di IRA e INLA, lo status di prigionieri politici e di trasferirli nella nuova sezione del carcere di Long Kelsh, denominata "Maze": una struttura formata da otto blocchi a forma di H, che presero il nome di Blocchi H (Blocks-H).               Inoltre fu imposto ai detenuti l'obbligo di indossare le divise carcerarie, che avrebbero svilito così la loro lotta, perchè in quel modo venivano messi allo stesso livello dei criminali comuni. Per questo motivo i prigionieri repubblicani, una volta rifiutata la divisa, decisero di rimanere nudi, usando solo una coperta come indumento, dando vita alla  "blanket protest". Inoltre viste le violenze effettuate dai secondini, nei confronti dei prigionieri repubblicani ogni volta che questi  lasciavano le celle per recarsi nei bagni, decisero di non svuotare più i propri "buglioli", spalmando le feci sui muri delle celle e facendo uscire le urine da sotto le fessure delle porte. Una protesta che prenderà il nome di       " dirty protest ".                                                                                                                                          
Dopo quattro anni passati nudi in una cella logora e piena di escrementi, i prigionieri dell'IRA e INLA decisero di iniziare uno sciopero della fame di gruppo.
Il 27 Ottobre 1980, sette detenuti di cui sei della Provisional IRA e uno dell'INLA, rifiutarono il  cibo per protestare contro il regime carcerario Nord Irlandese e per le condizioni in cui versavano i detenuti, i quali esercitavano cinque richieste, divenute famose come "five demands": diritto di indossare i propri vestiti e non la divisa carceraria, diritto di non svolgere il lavoro carcerario, diritto di libera associazione con gli altri detenuti durante le ore d'aria, diritto di avere reintegrata la remissione di metà della pena e il diritto di ricevere pacchi settimanali, posta e di poter usufruire di attività ricreative.

 A questo primo sciopero parteciparono: John Nixon (INLA), Brendan Hughes ,Tommy McKearney , Sean McKenna, Leo Green, Raymond McCartney , Tom McFeeley  e  Brendan Hughes, quest'ultimo ex comandante della "brigata Belfast" della Provisional IRA e  comandante dei detenuti del "Maze", il quale una volta iniziato lo sciopero, lasciò il comando a Bobby Sands. A questi prigionieri il primo dicembre 1980, si aggiunsero altri 30 detenuti del "Maze" e 3 del carcere femminile di Armagh.
Dopo cinquantatre giorni di digiuno, con Sean McKenna che nel frattempo era entrato in coma, gli "hunger strikers" presero la decisione di interrompere lo sciopero solo dopo che il governo Thatcher, mentendo platealmente, promise di soddisfare le richieste dei detenuti. Una volta compreso che il governo britannico si stava prendendo gioco di loro, i prigionieri irlandesi lanciarono un nuovo sciopero della fame. Questa volta però, a differenza del primo, decisero che non sarebbe stato uno sciopero della fame di massa, ma bensì graduale, con lo scopo di allungare i tempi della protesta e mantenere alto l'interesse dell'opinione pubblica internazionale, che nel mentre si stava interessando alla vicenda.

La sera del 28 Febbraio 1981, il primo  ad iniziare lo sciopero fu proprio Bobby Sands, quindici giorni dopo fu il turno di Francis Huges, seguito a intervalli regolari da tutti gli altri. Durante il periodo di sciopero della fame Bobby Sand, nonostante la detenzione fu candidato dal Sinn Fèin  per le elezioni suppletive in contrapposizione a Harry West, candidato dell'Ulster Unionist Party, riuscendo ad essere eletto membro del parlamento britannico con 30.492 voti. Nonostante l'esito elettorale, il governo Thatcher si rifiutò di scendere a compromessi con i repubblicani, per il fatto che Bobby Sands e tutti gli altri prigionieri dell'IRA e INLA, erano considerati criminali comuni e quindi non godevano di nessuno di quei diritti che venivano riservati ai prigionieri politici.
Il 5 Maggio 1981, dopo sessantesi giorni di digiuno e ormai ridotto su una sedia a rotelle in condizioni pietose, con l'intestino distrutto e cieco da un occhio,ma ancora del tutto lucido, Bobby Sands morì, venendo sostituito nel digiuno da Joe McDonnel. La testimonianza di questi giorni è raccolta nel libro " Bobby Sands prison diary" , che lui stesso scrisse nei primi diciassette giorni di sciopero della fame.

Una settimana dopo fu Francis Huges ad andarsene, seguito da Raymond McCreesh e dal comandante dell'INLA Patsy O'Hara, che morirono a distanza di poche ore l'uno dall'altro, tutti e tre vennero prontamente sostituiti da altri detenuti. Morirono anche Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty,Thomas McElwee e Mickey Devine. Il 3 ottobre 1981, dopo che le famiglie dei detenuti iniziarono a dare il consenso per l'intervento medico nei confronti degli scioperanti che versavano in condizioni critiche, gli altri prigionieri presero coscienza del fatto che ormai lo sciopero della fame non aveva più senso, decidendo quindi di interromperlo. Pochi mesi dopo il governo britannico dichiarò di voler effettuare una revisione del sistema carcerario e accettò molte delle richieste rivendicate dai prigionieri repubblicani.

C'è quindi un filo rosso che collega l'Irlanda del Nord e la Palestina, entrambe sotto il giogo di un esercito occupante che da decine di anni da una parte e centinaia dall'altra, schiaccia con violenza cieca ogni tentativo di rivolta. La solidarietà internazionalista dei compagni Nord Irlandesi oltre che importantissima è un incitamento a resistere, ed è per questo che anche noi ci uniamo agli appelli di solidarietà verso i  prigionieri palestinesi che in questi giorni stanno mettendo in gioco la loro vita pur di ottenere quel minimo di libertà, che da quasi mezzo secolo i sionisti gli hanno tolto.

17.5.17

PD E FASCISTI INSIEME A SOSTEGNO DELLA MOBILITAZIONE REAZIONARIA IN VENEZUELA



Giovedi 18 maggio l'auditorium del consiglio regionale della Toscana ospiterà una iniziativa che vede fianco a fianco Partito Democratico e fascisti di Fratelli d'Italia. L'occasione è la presentazione di un libro "Venezuela, crollo di una rivoluzione" della giornalista Tremamunno, un libro chiaramente schierato dalla parte della mobilitazione reazionaria attualmente in corso in Venezuela. 

Al di la del giudizio che possiamo dare sul governo Maduro ci pare semplicemente vergognoso e scandaloso organizzare una iniziativa che sostiene una mobilitazione reazionaria che ha come obiettivo cancellare le riforme progressiste adottate dal governo bolivariano, una protesta organizzata dalla media e grande borghesia venezuelana (quella che ai tempi d'oro prendeva l'aereo il venerdi sera per andare a far shopping a Miami) e sostenuta attivamente dall'imperialismo yankee e da tutta la peggiore feccia latinoamericana. 

Ci pare ancora più scandaloso organizzare una iniziativa insieme ai fascisti di Fratelli d'Italia, insieme a coloro che celebrano i "franchi tiratori" ed i martiri della repubblica di Salò. Insieme a coloro che sfilano fianco a fianco ai fascisti di Casapound, insieme a coloro che fanno del razzismo e della xenofobia la propria ragione di esistenza e di bottega. 

Questa è l'ennesima riprova di come il PD ormai sia un partito di destra, che non si fa problemi a organizzare iniziative pubbliche con i fascisti, che nella crisi venezuelana non tentenna minimamente nello schierarsi dalla parte della reazione e della destra. 

CONTRO FASCISTI E PD 
AL FIANCO DELLE MASSE LAVORATRICI VENEZUELANE 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI FIRENZE

16.5.17

GIUSEPPINA VERDOJA PRESENTA "LA MIA GUERRA DI SPAGNA"



ASSOCIAZIONE MARIANO FERREYRA 
Via degli Alfani 13 rosso Firenze 

Giovedì 18 maggio 

Presentazione del libro: LA MIA GUERRA DI SPAGNA di MIKA ETCHEBEHERE 

Ore 20 apericena 

Ore 2130 presentazione del libro 

Introduce: Maurizio Lampronti 
Niccolò Lombardini 
Interviene: 
GIUSEPPINA VERDOJA 
SERGIO D'AMIA 
PINA SARDELLA 

La mia guerra di Spagna di: Mika Etchebéhére Mika Etchebéhère, una delle grandi dimenticate dalla storia, scrisse questa sua autobiografia a quarant’anni di distanza dalla guerra, nel ’76. Non fu una storica o una scrittrice bensì una combattente sul fronte aragonese insieme a suo marito Hippolyte ucciso mentre era al comando di una colonna del Poum, organizzazione anti-stalinista fondata da Andrés Nin. Priva di nozioni militari, capace a malapena di sparare, dopo la morte del marito Mika si trova suo malgrado a imbracciare il fucile, vincendo le diffidenze degli uomini e trasformandosi nell’unica donna “capitana” di una colonna militare antifranchista. Le prime pagine del libro testimoniano l’impreparazione generale di fronte al colpo di Stato ma anche il coraggio con cui la popolazione reagisce. La guerra di Spagna fu infatti la prova generale della Seconda guerra mondiale, ma anche la dimostrazione delle potenzialità di un popolo che si autorganizza per lottare in armi per una società migliore e della viltà dei governi "democratici" europei che optarono invece per il "non intervento". Solo l’Urss staliniana sembrò disposta a fornire un aiuto ai miliziani, ma ben presto scatenò la propria violenza contro le forze più radicali della rivoluzione. L’autrice ha vissuto quella storia da dentro ma la racconta da vera scrittrice: ci fa rivivere le trincee, l’avvicendarsi di tensioni e di pause, di discussioni politiche e sofferenze, di paure e speranze, in un racconto tanto epico quanto doloroso e frantumato, ricco di contraddizioni perché vero. Una rievocazione bruciante, fitta di episodi e di figure memorabili di cui non a caso ritroviamo riferimenti diretti e indiretti nel film di Ken Loach Terra e Libertà. «La “guapa” Mika venuta da fuori guarda e riflette, guarda e registra con una memoria di ferro e con la libertà della scrittrice di vaglia, e ci restituisce a distanza volti e parole, stracci e macerie, rumori e silenzi, asprezze e dolcezze, dubbi e fiducie, conflitti col nemico e conflitti interni alla propria parte, agli amici. Da grande scrittrice oltre che da memorialista. Ha vissuto quel che racconta e quando ricostruisce la sua esperienza di combattente con dovizie di particolari, se pure qualcosa vi aggiungesse si tratta della conseguenza di un vissuto così forte, così unico, da risultarle indimenticabile: se c’è del verosimile è per precisare il vero, è fatto di vero. E le emozioni che il lettore ne ricava non sono il frutto di una mistificazione ma di un’adesione: mai, in nessun momento, dubitiamo della sincerità della narratrice, e sempre, in ogni momento, sentiamo il suo calore e la sua passione». Goffredo Fofi 

Autrice Mika Feldman Etchebéhère (1902-1992) nata in Argentina da genitori ebrei emigrati dalla Russia per sfuggire i pogrom, nel 1920 incontra il suo futuro compagno Hippolyte con cui aderisce al partito comunista, da cui vengono presto esclusi per «tendenze anarchizzanti». Nel ’32 i due sono a Berlino constatando la tragedia dell’avvento del nazismo, e nel luglio ’36, allo scoppio della rivoluzione, si arruolano a Madrid nella colonna del Poum capitanata prima da Hippolyte e, dopo la sua morte, da Mika. All'ingresso delle truppe franchiste a Madrid, Mika riesce a sfuggire e passare in Francia. Durante il secondo conflitto mondiale rientra in Argentina temendo un possibile arresto da parte del regime collaborazionista di Vichy. Poi, terminata la guerra, rientra in Francia dove vive per il resto della sua vita. Questa sua autobiografia fu pubblicata in Francia nel ’76 dalle Èditions Denoël con il titolo Ma guerre d’Espagne à moi. La prima edizione italiana uscì per Bompiani nel 1977.

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