17.10.17

A MONDEGGI QUESTA ESTATE AVVISTATI, OLTRE AD ANARCHICI E ANTAGONISTI, ANCHE PERICOLOSI INDAGATI

Leggiamo con stupore le dichiarazioni del sindaco di Bagno a Ripoli Francesco Casini uscite sul giornale on line "qui Antella" in questi giorni 
Nel leggere l'articolo non sappiamo se dover ridere per la ridicolezza delle dichiarazioni del sindaco o dover piangere se pensiamo che è il sindaco di un comune di quasi 30.000 abitanti. Francesco Casini, il sosia millesimale di Matteo Renzi, non è nuovo a dichiarazioni che sinceramente ci fanno rimpiangere sindaci di altri tempi, basti ricordare la concessione della sala della biblioteca comunale a Salvini o le dichiarazioni su Casapound o peggio ancora le dichiarazioni dopo i gravi casi di abuso dell'associazione nazionale Carabinieri https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=638133989630493&id=107256169384947

Queste le esilaranti dichiarazioni del sindaco: “Ho fatto presente al prefetto l’occupazione di Mondeggi che esiste dal 2014, anche se ne era a conoscenza – dice il sindaco – Gli ho riportato ciò che mi è stato riferito dalle forze di polizia, locali e non solo, circa la presenza di gruppi antagonisti che hanno soggiornato o sono passati da Mondeggi recentemente, anche nei giorni scorsi”. Accanto all’allarme il sindaco lancia un doppio appello. “Mi rivolgo agli stessi occupanti che magari non sanno che hanno ospitato persone dell’area antagonista e anarchica: facciano attenzione. Inoltre li invito a rendersi visibili, a costituirsi in cooperativa o altre forme associative che possano creare un progetto attivabile su Mondeggi. E’ l’unico modo per avere l’appoggio dell’Amministrazione comunale, che non lo può dare a un’occupazione illegittima e fuori da ogni regola e senso civico”. Il secondo appello e alla cittadinanza affinché non collabori con le iniziative degli occupanti: “Voglio che i cittadini conoscano questi fatti e li invito a non appoggiare i progetti di Mondeggi bene comune, come mi hanno suggerito le forze di polizia. Occorre una riflessione approfondita da parte di chi deve tutelare la sicurezza di tutta la Città metropolitana di Firenze”.

Vogliamo con questo nostro comunicato avvisare i militanti del Partito Democratico che forse non sanno che questa estate abbiamo avvistato nei pressi di Mondeggi, per la precisione nell'area che il PD tutti gli anni usa per fare la festa dell'Unità un pericoloso indagato, tale Luca Lotti (quello spettinato nella foto) in compagnia del sindaco Casini. Luca Lotti è il braccio destro di Matteo Renzi, figlio dell'ex dirigente della Banca di Credito Cooperativo di Pontassieve (guarda caso proprio di colui che concesse il mutuo da 697.000 Euro a babbo Tiziano per la società di famiglia poi malamente fallita) attuale ministro dello sport (non sappiamo per quali meriti o per quali qualifiche svolga questo compito ingrato). Luca Lotti è indagato niente poco di meno che per rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento nell'inchiesta sulla fuga di notizie relative al caso Consip (una maxi tangente da 100.000 euro per il giro degli appalti della pubblica amministrazione). 

Vogliamo che i cittadini di Bagno a Ripoli conoscano questi fatti e li invitiamo a stare alla larga da chi da ospitalità a tali personaggi. Il Partito Democratico ormai è un ricettacolo di indagati e condannati per i reati più disparati , si va dalla truffa alla corruzione fino ad arrivare all'associazione mafiosa. 
Esprimiamo la nostra più totale e sincera solidarietà agli occupanti di MONDEGGI BENE COMUNE ed a tutti i cittadini di Bagno a Ripoli che in questi anni sono stati vicini e solidali con il progetto di Mondeggi. 
Crediamo che le parole del sindaco siano un motivo in più per andare a Mondeggi e per vigilare sulla situazione. 

Partito Comunista dei Lavoratori Bagno a Ripoli

2.10.17

CORRISPONDENZA DA BARCELLONA DI UNA NOSTRA COMPAGNA

Referendum 1-0 О 

праве наций на самоопределение (Il diritto dei popoli all'autodeterminazione. Lenin) 


L'1 di ottobre in Catalogna ci ricorda che è necessario e possibile mobilitare la lotta contro la repressione nazionale in favore del diritto all’autodeterminazione dei popoli rispondendo con chiaro dissenso alle politiche di un governo che appoggia, invece, un nazionalismo stracolmo di residui fascisti del regime franchista. 
Trascendendo dalla presa di posizione della volontà secessionista catalana, per la quale sarebbe auspicabile un riconoscimento lontano dal nazionalismo borghese propenso ad accettare accordi al ribasso, il referendum di oggi ha fatto emergere soprattutto la natura repressiva del governo centrale e del suo, post-franchista, Partito Popolare. 
Il premier spagnolo e leader del PP, Mariano Rajoy, afferma che oggi non c’è stato nessun referendum in Catalogna e ribadisce la validità della democrazia spagnola che nella giornata dell’1 di ottobre rimane sulla posizione del dialogo. Un dialogo che, evidentemente, non è disposto ad accettare l’inobbiettabile partecipazione di milioni di persone decise ad esercitare il diritto all’autodeterminazione e che ha risposto con la repressione violenta dispiegando le forze della polizia nazionale contro tutti i catalani che oggi si sono recati ai seggi elettorali. 

eva m.










Le foto sono di due diversi seggi, il primo più piccolo e tranquillo (non ci sono state cariche da parte della polizia nazionale) nella Escuela Cervantes: i catalani (in fila per ore) hanno potuto votare nonostante le minacce di una carica della polizia che si trovava nel grande viale perpendicolare (Via Laietana) che alla fine non c'è stata. L'altro seggio (foto con moltissime persone), nella Escola Industrial di Barcellona, è stato il più grande in Catalogna e ci sono stati diversi scontri durante la mattinata. Quando sono arrivata la situazione era abbastanza tranquilla ed incitavano a mantenere la calma e a non rispondere aggressivamente nel caso di nuove cariche. Le foto della polizia nazionale sono state fatte il Plaza Cataluña dove si era riunito un gruppo di estrema destra con bandiere del governo centrale. In entrambi i seggi moltissime persone di tutte le età, comprese persone molto anziane che venivano accolte con applausi e cori. Le riprese e le fotografie fatte da quasi tutti i votanti sono state uno dei pochi modi per documentare l'effettivo svolgersi della votazione che Rajoy ha definito una "messinscena" ma che, invece, ha visto la partecipazione di migliaia di persone (le cifre non riesco ancora a trovarle). Oggi non si è votato solamente a favore o a sfavore dell'indipendentismo catalano, più di tutto è stata una chiara dimostrazione di rifiuto e dissenso nei confronti della politica del Governo Centrale.

L’ANTIFASCIMO MILITANTE NON SI PROCESSA – IL PCL È SOLIDALE A TUTTI I COMPAGNI DURAMENTE REPRESSI PER IL CORTEO DEL 16 NOVEMBRE 2013 CONTRO CASAPOUND

Tutto accade in una sera di novembre, precisamente il giorno 9 del 2013, in cui tre giovani compagni del Pcl, furono aggrediti da una decina di militanti di Casapound, all’altezza di Piazza della Repubblica, in quello che è stato il tipico agguato neofascista, nella sproporzione delle forze atte al pestaggio. Al bar Le Giubbe Rosse, la nota organizzazione di mazzieri, nel pomeriggio aveva organizzato un incontro e la presentazione del libro "il caso Speziale", annoverando tra i relatori il portavoce fiorentino Saverio Di Giulio. L’aggressione che tra l’altro cadeva ad un mese dal secondo anniversario della strage fascista di piazza Dalmazia effettuata da Casseri, esponente di Casa Pound, mostrò la ciclicità della violenza squadrista nella città di Firenze. Il sedici novembre, dunque quella parte della città che non è in piccola porzione: antifascista, militante, antagonista organizzata e di movimento, scese in piazza. Scese in piazza onestamente preoccupata perché davvero non era così remoto il rischio che quel terreno di coltura, nella pratica della violenza alla parte più debole della classe, diventasse la prassi in quell’amalgama che unisce il bisogno legalitario della democrazia borghese alla criminale condotta di gruppi di estrema destra che all’associazionismo razzista, accompagna anche la virulenza delle percosse a scopo punitivo e intimidatorio. Un corteo importante, un corteo che vide aderire innumerevoli soggettività e che si mosse tra parole d’ordine e bandiere, indignazione e rabbia. Una manifestazione, che nonostante sfilasse per le vie del centro, passando anche davanti la sede di Casapound, non ebbe momenti di tensione ma offrì una risposta cittadina forte e ferma e senza alcuna radicalizzazione di piazza. Eppure, tutto può servire al casus belli e anche una sciarpa può essere presa a preteso di azioni repressive e nette. È infatti del 19 settembre 2017, la notifica da parte del Tribunale di Firenze, di condanne per 17 compagni e compagne a 16 anni complessivi di carcere (nell’ordine: per 15 antifascisti, la pena è di un anno per reato di travisamento e un mese ad un altro per accensione di materiale pirotecnico). Di un anno fa, le denunce per travisamento e poco più di una settimana fa, le sentenze che hanno stabilito condanne, al massimo del reato per la stessa pena. Se la democrazia pone da una parte come baluardo alle nostalgie del ventennio, la risposta legislativa (quando va bene e da sepolcro imbiancato) e per questa, basti pensare all’inapplicata legge Scelba del ’52 in vigore da più di mezzo secolo, alla Mancino del ’93 che estende il proprio significato anche alla xenofobia, all’ultima proposta di Legge Fiano, dall’altra, non ha mai impedito però che la mala pianta del MSI diventasse forza politica o abbia mai in seguito limitato la crescita di organizzazioni razziste e fortemente di destra o troncato sul nascere il proliferare delle strutture fasciste. E la ragione è semplice e per questo assolutamente drammatica: la democrazia borghese non è che sia incapace di sradicarsi dal fascismo ma è disinteressata a farlo e perché attigua a questo e ai suoi meccanismi, innanzitutto nell'apparato repressivo dello Stato che si è sempre fatto interprete dei i peggiori ambienti reazionari (chi non ricorda i cori di polizia nel nome del Duce, mentre a Genova, sedici anni fa i manifestanti venivano massacrati?) e perché il capitalismo in crisi ripropone e in maniera funzionale la spirale dell’oppressione necessaria al propria sopravvivenza e dunque ad un retroterra da cui prendere la distanza si rende contraddizione. La borghesia non concede, semmai toglie alle proprie vittime sociali, allarga il proprio consenso colpevolizzando parte della classe e quando non vi riesce, abbrutirne la coscienza, dirottare il malcontento. Questa è la chiave di volta che trova nei populismi di governo di opposizione e nelle tendenze fasciste il volto senza infingimenti di tali populismi. I partiti reazionari, apparentemente alfieri dell’antisistema, si rivelano le sentine del sistema dominante. Il gioco di carambola dunque non può stupire: la borghesia, chiede al ministro Marco Minniti un’ulteriore legge contro i fascisti , facendosene interprete il PD con la Fiano, anche se nel frattempo la legge n. 46/201, dà in pasto i migranti agli aguzzini libici, consente alla polizia di manganellare i rifugiati eritrei, consegna la povertà al reato e tenta con un colpo di reni di spazzare ogni reale resistenza all’antifascismo di piazza, indebolendo nella repressione, nei fermi, nel carcere tutti i compagni e le compagne che hanno seriamente a cuore la lotta antifascista e dunque di classe. Nostro è l'appoggio, la solidarietà e la vicinanza ai compagni così duramente colpiti. Perché ricordiamo che sono i compagni che in fasi storiche non lontane hanno impedito che il fascismo dilagasse, limitandone fortemente l’agibilità e l’azione, sono i compagni quelli che ad oggi, si ritrovano ad essere processati per aver voluto fare da argine alla delinquenza, quella vera dei cani a guardia del sistema e sono quei compagni e quelle compagne ad essere la nostra irrinunciabile barricata. 

PCL- FIRENZE

11.9.17

DONDE ESTA' SANTIAGO MALDONADO ?

Firenze


Buenos Aires

Santiago Maldonado, attivista argentino impegnato nella lotta al fianco del popolo Mapuche (popolo nativo della Patagonia a cui è stata espropriata la terra dalle multinazionali tra le quali la famiglia Benetton), è sparito tra il 31 luglio ed il 1 di agosto. 

Molti testimoni sostengono che Santiago Maldonado sia stato arrestato dalla Gendarmeria e poi fatto sparire. In Argentina, come in molti altri paesi del sud america purtroppo ancora oggi sono all'ordine del giorno notizie come questa, militanti politici, attivisti sindacali, vengono fatti sparire nel nulla. 

Chiediamo con forza che venga fatta luce su questo ennesimo caso di sparizione (desaparecido) e che Santiago possa tornare a casa subito. 

Facciamo nostro l'appello alla solidarietà internazionale. 

Aparición con vida ya de Santiago Maldonado

Partito Comunista dei Lavoratori Firenze
Associazione Mariano Ferreyra


LIBERTA' PER REZA SHAHABI



E’ necessario rilasciare immediatamente Reza Shahabi! 

Il Coordinamento Nazionale Autoferrotranvieri 27 marzo 2015 è un coordinamento nazionale di lavoratori, che comprende numerosi sindacati italiani, del settore dei trasporti. 
Stiamo scrivendo per protestare contro la continua persecuzione di Reza Shahabi, membro del consiglio di amministrazione e tesoriere del sindacato dei lavoratori della società di lavoratori di autobus di Teheran, che è stato nuovamente incarcerato a partire dal 9 agosto 2017. 
Secondo l'ufficio del procuratore, come dichiarato dalla moglie di Reza Shahabi, Shahabi deve restare in carcere fino al 22 dicembre 2018. Reza Shahabi è stato già arrestato nel giugno 2010 mentre era in viaggio, guidando un autobus; fu violentemente aggredito in pubblico e incarcerato nel reparto della prigione di Evin 209. Dopo aver trascorso 19 mesi in isolamento, è stato condannato a sei anni di detenzione, con divieto di qualsiasi attività sindacale per cinque anni e una multa di sette milioni e mezzo. A causa di un grande stress fisico e di torture durante le interrogazioni, Reza Shahabi ha sofferto di dislocazione posteriore e del collo e ha dovuto andare sotto la chirurgia due volte ed ha anche sofferto di problemi cardiaci. Va notato che durante la sua lunga prigionia Reza Shahabi ha dovuto ricorrere allo sciopero della fame quattro volte, per protestare contro la mancanza di attenzione medica per le sue condizioni di salute deteriorate e dal crescente intorpidimento del lato sinistro del suo corpo. Il suo ultimo sciopero della fame, per protestare contro il suo trasferimento alla prigione Rajaee Shahr nella città di Karaj, durò 52 giorni. Reza Shahabi è stato perseguito nuovamente nel gennaio del 2015 sulla base di accuse di "propagazione contro il sistema" - legata alla critica all'attacco delle forze di sicurezza del distretto di Evin 350 del 17 aprile 2014 e condannato ad un anno supplementare in carcere. 
Condanniamo fermamente la ingiusta carcerazione di Reza Shahabi e denunciamo anche la continua persecuzione di attivisti sindacali in Iran, con numerosi arresti ingiustificati, una situazione molto grave e indegna che richiede libertà immediata e incondizionata per tutti loro. Non è ammissibile che una persona sia imprigionata a causa della lotta per i suoi diritti, per una dignitosa condizione di vita e per condizioni di lavoro migliori per i suoi colleghi di lavoro. Questa azione repressiva è una grave violazione dei diritti umani e un'offesa intollerabile ai concetti base di civiltà e giustizia. Sappiamo peraltro che la società di trasporti italiana “Ferrovie dello Stato Italiane” sta implementando la partnership economica con le imprese di trasporto iraniane “Islamic Republic of Iran Railways”, questo non è tollerabile nella attuale situazione di violazione dei diritti e repressione dei lavoratori iraniani, anche nel settore Trasporti. È necessario evitare la collaborazione con le imprese iraniane fino alla liberazione di Reza Shahabi e di tutti i lavoratori ingiustamente imprigionati, altrimenti siamo pronti a dichiarare lo sciopero in Italia in tutte le società del gruppo FS-Busitalia. 
Chiediamo a ogni sindacato, organizzazioni politiche e partiti, organizzazioni sociali, in tutta Italia, di sostenere questo appello e di agire per ottenere la libertà di Reza Shahabi e di tutti gli altri attivisti di lavoro detenuti in Iran. 

Italy, 26 agosto 2017 
Coordinamento Nazionale Autoferrotranvieri 27 Marzo 2015

20.8.17

CAPITALISMO, ISIS, MAFIA, UN SOLO VOLTO: BARBARIE





L’Isis è stato armato dalla Turchia e dall' Arabia Saudita ed equipaggiato dagli Usa. Il vicepresidente Joe Biden dell'amministrazione Obama, non ebbe difficoltà tempo ad ammettere che le armi inviate ai “ribelli” anti-Assad erano state tutte offerte di più che gentile concessione alle milizie jihadiste del “califfo” Abu Bakr Al-Baghdadi, l’uomo che fu fotografato in Siria, guarda caso, in compagnia dell'allora senatore John McCain (e sia bene inteso, al netto di talune farsesche riflessioni per cui la coppia Assad-Putin venga ancora considerata da una parte del fronte cosiddetto “anti-imperialista” come la sola protezione non solo a Daesh, ma anche e soprattutto alla temuta egemonia Usa e dell’alleato fronte sunnita). 

Poi facciamo i marxisti fino in fondo, quali siamo e aggiungiamola un'altra considerazione che parrebbe una banalità: in un sistema capitalistico la classe sociale che controlla i flussi di capitale ha il potere, comanda, diventa classe dirigente. Ne consegue che quando cambia il modo con cui si conquistano e controllano grandi flussi di capitale, cambia la società e le stesse istituzioni. Il modello di accumulazione «mafioso» può essere tranquillamente considerato una variante del modo di produzione capitalistico nella fase storica in cui impenna la crescita delle produzioni di merci a «valore d’uso negativo» (droghe, armi, rifiuti tossici, racket ecc.). 

Dal momento che l’extraprofitto è legato (da punti di vista diversi ma convergenti, di Braudel, Marx e Schumpeter) a un monopolio dell’informazione e a rapporti non conseguenti tra produttori e consumatori, non è difficile realizzare quale sia l’area dell’extraprofitto nell'alterità dei mercati criminali (un esempio che renda il tutto più semplice: se un grammo di cocaina acquistato dalla ‘ndrangheta calabrese in Colombia al valore di 2 euro, sul mercato in Europa viene valutato per un valore medio di 50 euro, quale sarà il settore produttivo «legale» in grado di ottenere un tale margine di profitto? Nessuno. Tali traffici che fanno stimare il flusso annuale di capitale «illegale» per un valore che oscilla tra il 3 e l’8% del Pil mondiale, rappresentano una massa enorme di capitali in grado di condizionare il mercato capitalistico, essendo il medesimo, espressione di tale mercato). 

E le leggi del mercato ovviamente riguardano anche il sedicente Stato islamico. Gli interessi che lo rappresentano sono quelli dati dai grandi proprietari, i grandi fondi di investimento, le banche, il sistema produttivo industriale e varie entità statali. Ricordate la panzana di Libero un po' di mesi fa, per cui L'Isis non sarebbe penetrato in Italia, in quanto timoroso della Mafia a cui ne riconosceva l'autorità del controllo del territorio? Nulla di più falso. Con la mafia, Daesh pattuisce il fior fiore degli affari. 

Ottima si rivelò l'inchiesta del giornalista Domenico Quirico, pubblicata dalla Stampa, rapito in Libia nel 2013 e liberato dopo 5 mesi di detenzione. Egli descrisse minuziosamente come l'Isis, con la mafia intelaiasse un intreccio fatto di traffico d'armi, droga e di opere d'arte, servendosi di formazioni criminali come la 'ndrangheta calabrese o la criminalità russa, in grado di procurare ai miliziani armi con cui gli oggetti d'arte vengono scambiati, o quella cinese, che cura il trasporto delle merci. Si tratta di fatto di una comoda partnership. Clan camorristici ad esempio hanno offerto supporto logistico e si sono fatti garanti per il passaggio di armi e di documenti falsi. Un mosaico che si compone di terroristi e mafiosi che scambiano, nel Sud Italia, reperti archeologici trafugati in Medio Oriente e Nord Africa in cambio di munizioni. 

Quindi prima di andare alla ricerca dell'untore fuggito da un qualche conflitto che l'imperialismo transnazionale ha dichiarato e che pretende tutti noi, vittime come e quanto coloro che vogliono salvarsi la vita, ricordate che lo stragismo è il frutto avvelenato di una barbarie che vede il sistema economico che ci informa e ci opprime e (anche) la criminalità organizzata, compartecipi a che lo stato attuale delle cose ci trovi spaventati, divisi, incapaci di analisi e infine anche assassinati mentre ci conduciamo a portare a termine le nostre faticose quotidianità.

8.8.17

Sugli sgomberi e in particolare oggi, quello che ha coinvolto il centro sociale Làbas



Sugli sgomberi e in particolare oggi, quello che ha coinvolto il centro sociale Làbas va espressa attenta riflessione e non può che coinvolgere il Decreto Minniti che sta contribuendo a peggiorare molte cose. 
Ciò che è all'evidenza dei fatti è che il Governo abbia offerto strumento prezioso ai sindaci, consegnando loro la possibilità di confezionare ordinanze discriminatorie, repressive. I sindaci infatti, hanno ora a piene mani, in nome dell’ambiguo concetto di “decoro urbano”, un potere di ordinanza che stato era riservato solo al questore (tanto da far assumere al provvedimento, dal capogruppo democratico alla Camera, Ettore Rosato, la definizione tristissima di “Daspo cittadino”) e che non è rimasto certo inattivo in questi mesi: allontanamento dai centri storici delle città di chiunque venga considerato “indecoroso”, sia per la sua mera presenza (senza tetto o ambulanti) sia per il comportamento (consumatori di droghe o alcolici, "frugatori" di cassonetti, writers) sia per l'utilizzo di spazi pubblici e dunque verso gruppi e organizzazioni politiche nella “libera accessibilità e fruizione” di particolari luoghi, piazze incluse. 
In pratica la criminalizzazione in assenza di fattispecie di reato e senza alcuna possibilità di ricorso giurisdizionale. Condizioni che la sentenza del Tar del Friuli Venezia Giulia segnalava come vincolanti per le ordinanze dei sindaci e chiedeva di eliminare per via legislativa. Ed è stato un capolavoro di idiota, legalitaria convinzione l'affermazione di Rosato che del Decreto Minniti, così disse: “La sicurezza è un patrimonio della collettività e non la lasceremo alla demagogia violenta e alla destra chiacchierona”. E di certo non fa una piega per le politiche securitarie e smantellamento del welfare di cui il Partito Democratico, in questa legislatura, si è fatto interprete. 
La strage delle conquiste sociali, include tra i provvedimenti governativi, la necessità di insistere sulla paura del crimine, anche contro i fatti e di generare allarme sociale. È ciò del resto a cui si è assistito in Italia negli ultimi vent’anni, dove la Lega Nord ha egemonizzato il discorso pubblico su questi temi, accolti anche da quel centrosinistra che assume tratti specifici della cultura economica di destra. Cosa si intende dunque per “decoro pubblico” ? Forse il desiderio di condividere luoghi di sociabilità accoglienti e per tutti: raccolta rifiuti, acque pulite, territori preservati, edilizia curata, strade sicure, mezzi pubblici funzionali, scuole accoglienti? No ovviamente. Tale scure poliziesca cade di mannaia su tutto quanto già privatizzato, depotenziato e smantellato. Innestandosi e innescando le paure, spesso amplificate dalla politica, sull’immigrazione. Lo scenario volutamente anticlassista è chiaro nel momento in cui migranti e rom sono i primi soggetti ad essere colpiti dai provvedimenti sul “decoro”. E non si pensi solo alle grottesche iniziative leghiste del Nordest quali, privare i centri cittadini delle panchine “perché altrimenti immigrati e barboni si siedono” ma anche come le amministrazioni di centrosinistra abbiano coniugato la parola d'ordine della sicurezza sociale alle pratiche di destra (per chi se ne stupisca abbiamo il silenzio di De Magistris e qualche daspo da poter vantare): lo ricordate piuttosto Matteo Renzi, quando se ne fece interprete come Sindaco nel 2009, firmando un’ordinanza che colpiva “tutti quei comportamenti in cui la richiesta di denaro non è fatta palese con il semplice atto della mano tesa”? E così, chiunque faccia un uso non gradito, non disciplinato, non convenzionale dello spazio pubblico può essere punito, schedato, allontanato. Abbiamo dunque la costruzione sociale della paura, la percezione indotta di vivere in quella società del rischio descritta da Beck, che oltre ai fenomeni crescenti di rendita urbana costruisce la base epistemologica su cui poggia l'idea di una città divisa in frattali, scheggiata e scomposta, nutrita di spazi negati e di gruppi sociali non comunicanti tra loro. Una città duale dove i quartieri alti, i centri commerciali, le zone di interesse immobiliare o di afflusso turistico debbano risultare atti al flusso delle merci, una città che si realizzi dunque come contenitore vuoto ma pulito, sicuro, epurato da elementi di criticità o dissonanza ma soprattutto che gli elementi e i modelli alternativi di vivere il contesto urbano e i suoi spazi siano condannati e dove le periferie o i ghetti si pongano distanti, sideralmente lontani ed unicamente luoghi di marginalità e ricettacoli della marginalità stessa. La subalternità della condizione economica (e che ovviamente ricade con maggiore recrudescenza verso i gruppi etnici) determina nell'esclusione, il dato spaziale e il dato sociale: la libertà di movimento, quella di accesso, il diritto alla città diviene sempre maggiormente un privilegio detenuto nelle mani di pochi. Lo spazio urbano è dunque il luogo per antonomasia dell'iniquità sociale, che da ingiustizia etica si tramuta in forma e divisione spaziale. E in tal senso, è paradigmatico lo sgombero stamani dell'ex caserma Masini, che in cinque anni ha consegnato quello spazio all'accoglienza e ad una socialità di partecipazione collettiva (viene costruito un dormitorio sociale, gli orti e il mercato bio, oltre ad una serie di attività dal basso che hanno dato ossigeno al quartiere) così come i sigilli apposti al Crash.

Chiara Pannullo

27.7.17

.: SUL VENEZUELA. SCHIACCIARE LA MUD, RESPINGERE IL ...

.: SUL VENEZUELA. SCHIACCIARE LA MUD, RESPINGERE IL ...:  Capita di leggere sempre più spesso i deliri dei militanti morenisti della #lit -#pstu (Lega internazionale dei lavoratori - moreni...

SUL VENEZUELA. SCHIACCIARE LA MUD, RESPINGERE IL TENTATIVO DI GOLPE. PORTARE A TERMINE LA RIVOLUZIONE.




 Capita di leggere sempre più spesso i deliri dei militanti morenisti della #lit -#pstu (Lega internazionale dei lavoratori - morenista e Partito Socialista Unificato dei Lavoratori - Brasile) e dei loro affiliati italiani del #pdac (Partito di Alternativa Comunista) sul Venezuela. 

 Questi compagni sostengono che in Venezuela è in corso una rivoluzione democratica contro la dittatura burocratica del presidente Maduro. Parlano di un movimento di massa che avrebbe obiettivi "democratici". Prima di tutto bisogna sfatare i tre falsi miti che portano questi compagni su posizioni così sbagliate. 

 1- Sostengono che in Venezuela c'è una dittatura. Il governo Maduro è sicuramente un governo autoritario ma non si può parlare di dittatura. Siamo in presenza di una dittatura quando in un paese è vietato qualsiasi tipo di opposizione ad un governo. Quando si ricorre alla violenza sistematica per impedire qualsiasi forma di dissenso. Quando si è in presenza di una repressione spietata verso gli oppositori politici. Questa non è la situazione del Venezuela. L'opposizione è legale, partecipa e vince anche le elezioni. Possiede mezzi di comunicazione di massa, organizza cortei e manifestazioni, addirittura organizza un referendum "illegale" per delegittimare il presidente Maduro. 

 2-In Venezuela c'è un movimento di massa contro il governo. L'attuale movimento che negli ultimi tre mesi ha raccolto le attenzioni della stampa mondiale (di quella dei paesi imperialisti) non è un movimento di massa progressista. E' un movimento composto in maggioranza dalla media e grande borghesia perlopiù dei quartieri bene di Caracas, da una parte abbastanza consistente del movimento studentesco, e da una massa di manovra raccolta nelle favelas delle periferie (spesso anche in cambio di soldi e favori). La borghesia venezuelana si sta mobilitando perché vorrebbe tornare a godere dei privilegi di cui ha goduto negli anni d'oro del "Venezuela Saudita", quando i ricchi di Caracas andavano dal parrucchiere in aereo a Miami. La classe lavoratrice è invece totalmente assente da questo movimento. Quindi, come già successo in Ucraina, si deve parlare di un movimento reazionario di massa. 

 3-In Venezuela c'è una situazione pre - rivoluzionaria. Per essere quella attuale una situazione pre-rivoluzionaria manca una delle tre condizioni fondamentali. In Venezuela siamo in presenza di una crisi politica e di una grave crisi economica ma non siamo in presenza di un movimento di massa delle classi subalterne. I lavoratori non sono scesi in campo, una buona parte di loro sostiene ancora il governo. Sopratutto le masse non si riconoscono nella mobilitazione della destra che sta sempre più assumendo i caratteri di una insurrezione golpista. Le manifestazioni della MUD (Mesa di Unidad Democratica-coalizione dei vecchi partiti borghesi che hanno saccheggiato il Venezuela per decine di anni in combutta con l'imperialismo yankee) si caratterizzano sempre più per l'estrema violenza gratuita, vengono saccheggiati magazzini, incendiati negozi ed ospedali, uccise decine di persone innocenti, fino a bruciare vivo un sostenitore chavista. La protesta sta quindi assumendo un carattere squadrista, un po come successe in Ucraina con la mobilitazione reazionaria di piazza Maidan. 

 Per i morenisti incappare in questi errori non è una novità. Si sono emozionati per la mobilitazione reazionaria di massa in Ucraina esaltando piazza Maidan (infarcita di fascisti come Svoboda e nazisti come Pravy Sektor ) e paragonandola a piazza Tahrir. Hanno parlato per mesi della rivoluzione Ucraina senza accorgersi che in piazza c'erano fascisti e nazisti. Il risultato di quella "rivoluzione" è sotto gli occhi di tutti. L'Ucraina si ritrova con un governo iper reazionario e con un movimento operaio totalmente distrutto sotto i colpi della repressione. Non si contano i compagni uccisi dalle squadracce fasciste (quelle che animavano appunto piazza Maidan) fino ad arrivare all'incendio della casa dei sindacati nel Donbass dove sono stati assassinati decine di compagni e compagne. Hanno sostenuto e sostengono la "rivoluzione siriana", in particolare simpatizzano per l'esercito libero siriano (ELS). Si sono messi alla coda della destra reazionaria in Brasile nel 2016 dando una copertura di sinistra al golpe istituzionale. Posizione che è costata al Pstu una scissione che ha visto uscire dal partito un terzo dei militanti. 
Si potrebbero fare decine di altri esempi sulle posizioni internazionali assurde della lit. In Venezuela, a differenza di quello che dicono stalinisti e riformisti, non c'è il socialismo. 

 Il regime di Maduro non ha niente a che vedere con il comunismo. Si tratta di un governo nazionalista piccolo borghese di sinistra. Un governo di fronte al quale i comunisti non possono che stare all'opposizione. Un governo che è stato presentato dai settori sia riformisti che stalinisti come un tentativo originale di costruzione del socialismo, addirittura è stato coniato il termine "socialismo del XXI secolo", un inganno enorme verso i lavoratori sia del Venezuela che di tutto il mondo, l'ennesima truffa spacciata per socialismo. Il governo Maduro paga le scelte sbagliate del chavismo, sia le scelte economiche fatte negli anni del petrolio a 100 dollari al barile (elargizioni e lieve redistribuzione del reddito verso le classi popolari ed una economia totalmente dipendente dal petrolio) sia e sopratutto le scelte politiche (rimanere all'interno dell'economia di mercato, pagare il debito estero agli strozzini imperialisti) ed ora si trova davanti ad una crisi economica pesantissima. Inflazione all'800%, carenza dei beni di prima necessità , corruzione dilagante, violenza a livelli altissimi. 

 L'attuale movimento di opposizione è pero egemonizzato dalle forze reazionarie della destra, dietro alle proteste (che si stanno sviluppando principalmente nei quartieri ricchi di Caracas) c'è la mano della vecchia borghesia venezuelana e l'appoggio dell'imperialismo nordamericano. Non è un caso l'enorme spazio che viene dato dai media occidentali ai fatti venezuelani. Una informazione a senso unico che travisa totalmente la realtà tanto che un nutrito gruppo di italiani li residenti ha fatto una petizione inviata a Rainews per denunciare la falsità e la faziosità dei servizi Rai. 

 In piazza a Caracas ci sono migliaia di persone mobilitate quasi tutti i giorni, in maggioranza borghesi, ed un settore di sottoproletariato spesso sul libro paga dei partiti della destra che sta provocando i gravi incidenti che hanno portato alla morte di un centinaio di persone ed alla distruzione ed al saccheggio di strutture pubbliche compresi ospedali e centri medici. 

 In Venezuela al momento non esiste una forza rivoluzionaria capace di dare una direzione. Sbandierare la parola d'ordine della cacciata del governo Maduro significa nella pratica dare il via libera ad un futuro governo Capriles (il leader della Mud e vecchio golpista coinvolto in prima persona nel golpe del 2002 valorosamente respinto dai lavoratori venezuelani). Al momento non ci sono alternative a questa prospettiva. 

 I rivoluzionari venezuelani devono invece sfidare la base chavista e proporre un fronte unico che abbia come obiettivo "schiacciare la Mud e la destra reazionaria" con l'obiettivo poi di portare a termine la rivoluzione espropriando la borghesia (sia quella vecchia che quella nuova "bolivariana") e cacciare la burocrazia corrotta. 

 Insomma fare quello che più volte ha detto Chávez ma che poi non ha mai fatto. L'Assemblea costituente voluta da Maduro (pur con tutti i distinguo da fare sulla effettiva democraticità di questa assemblea) per cercare di uscire dall'impasse può essere una prima occasione per sfidare i chavisti. È una occasione a cui la sinistra rivoluzionaria venezuelana non può mancare. Consiglio a tutti di leggere l'ottimo articolo dei compagni di " opcion obrera" che spiega in maniera chiara e dettagliata i compiti che hanno davanti i nostri compagni in Venezuela. 


SF

12.7.17

ALCUNE RIFLESSIONI SU FIRENZE, TURISMO DI MASSA E "PISCIATORI" AMERICANI


Il turismo oggi, quello promosso dalle istituzioni è un turismo di massa legato alle logiche di profitto e incentrato sul consumismo  sfrenato; i "pisciatori" americani, due dei tanti turisti o studenti riempiti di soldi dalle famiglie e spediti  in Europa per conseguire un qualche Master, in chissà quale scuola privata internazionale,  per quanto loro e il loro gesto non rappresentino un reale problema, sono però il frutto di questa politica che ha trasformato il centro storico in un Luna park misto ad un duty-free aeroportuale per ricchi turisti, quando poi si riempie il centro di militari e  telecamere a riconoscimento facciale, con la municipale che rincorre i senegalesi in Via Calzaiuoli, che fa sloggiare i senza tetto che dormono in Piazza Brunelleschi, oppure il sindaco che con l'appoggio di prefetto, digos e compagnia bella,  sgomberano chi occupa le abitazioni sfitte per necessita.  Logicamente questo viene fatto in una logica scellerata di lotta al  degrado, mirata ad eliminare  tutto ciò che può in un modo o nell'altro, turbare i poveri turisti che affollano la città cartolina.

Riportiamo alcuni dati sul turismo di massa che ogni giorno investe Firenze:

Ogni anno a Firenze soggiornano più di 9 milioni di turisti, che diventano addirittura 13 milioni se prendiamo in considerazione anche l'area metropolitana, in più c'è da tenere di conto di tutti quei visitatori che a Firenze restano solo un giorno e quindi non pernottano. Firenze si aggiudica il secondo posto dopo Venezia, come  città italiana con più densità turistica annuale, infatti solo nell'area Unesco si registrano circa 6.000 turisti per chilometro quadrato in una città che non arriva al mezzo milione di abitanti. Gli arrivi di visitatori sembrano non volersi fermare, negli ultimi due anni i flussi turistici provenienti dalla Cina sono aumentati del 26,5%, mentre quelli coreani addirittura del 30%.
Il turismo porta  ogni anno nelle casse Comune circa 51 milioni di euro che derivano dalle tasse di soggiorno (25 milioni), dagli ingressi dei Bus turistici (18 milioni) e i restanti milioni invece provengono dagli ingressi museali. La metà di questi soldi vengono versati al Ministero dei beni culturali.
Dobbiamo inoltre sfatare il mito del turismo che porta soldi, o meglio, dobbiamo chiederci: " a chi il turismo porta i soldi?". Chiaro, ai proprietari di alberghi, ristoranti, locali, ai palazzinari, imprenditori;  insomma il turismo porta un reale e cospicuo guadagno solo a chi sfrutta, ma non certo ai lavoratori, i quali nonostante l'aumento della mole lavorativa derivata dall'incremento dei flussi turistici, si vedono recapitare gli stessi salari.
Se da una parte il turismo a Firenze ha fatto sì che il settore terziario continuasse ad assumere anche nei periodi di crisi, dall'altra non ha certo migliorato le condizioni dei lavoratori  che si sono visti accollare i soliti contratti a termine, a chiamata, Jobs Act, Voucher e spesso anche a nero. Oltre a questo l'incremento turistico ha mutato radicalmente gli orari lavorativi,  generando lo scempio a cui stiamo assistendo: le attività aperte 365 giorni l'anno,  il lavoro obbligatorio nei giorni festivi, fino ad arrivare a ciò che auspicano i padroni, cioè le aperture 24h su 24, sette giorni su sette.                           Quindi il turismo di massa deve essere considerato come un nemico dei lavoratori, visto che quest'ultimi da esso non ne traggono nessun beneficio, ma è un fenomeno che  va solo ed esclusivamente ad ingrassare le tasche già gonfie del capitale.

N.L.




http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/17_luglio_06/firenze-selfie-pipi-nudi-fronte-ponte-vecchio-c9326e92-6230-11e7-9295-7f1167187369.shtml?refresh_ce-cp

In seguito il commento del compagno A.Z. , riguardo l'articolo apparso il 6 Luglio 2017 su "Il Corriere Fiorentino"che parlava appunto, dei due cittadini americani sorpresi ad urinare dal Ponte alle Grazie:

"Un fancazzista di nome Gianassi, assessore al non so cosa, gli ha slegato dietro la polizia municipale e addirittura il consolato statunitense, quello che blocca mezzo centro storico perché ha sede sul lungarno (io lo trasferirei a Case Passerini, sede della discarica).
Unico commento possibile, a parte la constatazione ovvia che tutte 'ste fozzedellóddine sarebbe bene cominciare a licenziarle visto che non hanno di meglio da fare, resta la vecchia canzonaccia goliardica in greco maccheronico qui allegata."

Edramon kai edramon, edokesan pompaioi, hoi tessares pseudaioi ton tes poleis fulakon.
Epheboi partenai, mè piskete en kanalois allà piskete en gambalois tois ton tes poleis fulakon!

Correvano e correvano, sembravano pompieri, quei quattro finocchiacci delle guardie di città.
Giovani, ragazze, non pisciate nei canali ma pisciate sui calzoni delle guardie di città!

A.Z.

7.7.17

LE RAGIONI DELLA LOTTA DEI LAVORATORI DELL'ACI



SULLA LOTTA DEI LAVORATORI DELL'ACI - DOCUMENTO UNICO DEI VEICOLI OVVERO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE A SERVIZIO DEL CAPITALE 

Ennesima riforma del governo delle banche a danno dei cittadini e dei lavoratori. Stiamo parlando del “documento unico del veicolo” – un piccolo regalo per l’automobilista che invece non è altro che un “cavallo di Troia” usato per avviare la distruzione di un altro pezzo di Pubblica Amministrazione che ancora riesce a funzionare a servizio del cittadino. 
Tutto inizia nel 2015 quando il Governo viene delegato dal Parlamento a riformare - tra le altre cose - il settore delle pratiche automobilistiche, facendo sì che ci siano “considerevoli risparmi” e semplificazione per il cittadino, senza nessun costo aggiuntivo per lo Stato. A febbraio 2017, dopo un anno e mezzo, viene partorito un testo molto tecnico, dal quale sono completamente scomparsi semplificazione e risparmio per lasciar posto a tagli di servizi e di posti di lavoro. Immediata l’opposizione dei lavoratori ACI e ACI Informatica per dire un NO deciso a questa riforma farsa. Inutilmente i lavoratori hanno cercato il colloquio con il governo, in particolare con i Ministri Delrio e Madia, che non hanno recepito nessuna delle istanze e delle proposte fatte anche dalle commissioni parlamentari limitandosi a generiche rassicurazioni. 
Senza ascoltare i lavoratori, ignorando i pareri delle Commissioni Parlamentari, disattendendo i criteri imposti dalla delega, aldilà del buon senso, il Decreto è stato approvato. Verrà così smantellato di fatto l’unico sportello pubblico per le pratiche automobilistiche che funziona, lo sportello gestito da ACI – si ridurranno i punti di accesso sul territorio lasciando solo lo sportello pubblico della Motorizzazione che, a causa di pesanti tagli economici e di personale, non è in grado di fornire un servizio adeguato. Difatti la quasi la totalità dei cittadini – il 95% - che sceglie lo sportello pubblico, si rivolge allo sportello ACI. Questi cittadini saranno costretti rivolgersi alle grandi agenzie private (le piccole saranno spazzate via) pagando di fatto di più. 
Oltre a spendere di più per la singola pratica i cittadini perderanno anche importanti servizi a favore delle fasce più deboli, a partire dal servizio a domicilio a gratuito per i cittadini svantaggiati (detenuti, ricoverati in case di cura, portatori di handicap che non possono muoversi dal loro domicilio). Mentre il cittadino non risparmia (anzi spende di più) aumenta invece la spesa pubblica e c’è chi ci guadagna: un regalo alle multinazionali arriva dalle procedure informatiche che dovranno essere riscritte. Ad oggi per la parte ACI sono prodotte “in house”, con la gestione MIT saranno esternalizzate (le attuali sono a marchio HP). Si dovranno poi trovare i soldi per gli ammortizzatori sociali per 600 lavoratrici e lavoratori a contratto privato e circa 2900 dipendenti pubblici ACI i cui stipendi oggi non sono un costo per lo Stato (ACI è un Ente Pubblico Non Economico che si autofinanzia). Ente che si perde l’occasione di riformare: ACI è difatti un colosso che vive nel e del dualismo pubblico-privato e che ha entrate così ingenti da potersi permettere “iniezioni di liquidità” al finanziamento del Gran Premio di Monza, iniezioni nell’ordine di decine di milioni di euro. Ma tutto questo non si tocca, si smantella invece lo sportello pubblico che funziona lasciando che i soldi pubblici non vadano più in servizi al cittadino, ma restino a finanziare uno sport dove girano miliardi. 
I cittadini per le pratiche auto dovranno scegliere tra sportello MIT – che non ha risorse per far funzionare questo servizio – o agenzie private. Agenzie private delle quali viene formalizzato il ruolo di interlocutori privilegiati dello Stato dallo stesso decreto: i rappresentanti delle loro associazioni di categoria potranno dire la loro al pari di soggetti pubblici sulla tariffa che dovrà pagare il cittadino. Una riforma quindi che toglie a cittadini e lavoratori e fa un ennesimo regalo al capitale che finanzia le esternalizzazioni, le multinazionali, il Gran Premio di Monza e le grandi agenzie private. 

Un lavoratore ACI

5.7.17

LESOTHO: BUOI SULL'ASFALTO - CONTRADDIZIONI TRA PASTORIZIA E INFRASTRUTTURE






Di Lorenzo Brunello
Il Sani Pass è il tortuoso percorso che dal Sudafrica porta nel Lesotho, uno stato sovrano totalmente circoscritto dal territorio sudafricano.
L’altitudine del luogo non permette una facile proliferazione di alberi e arbusti e i pastori e i viandanti percorrono la strada sassosa, che conduce dalla dogana sudafricana a quella del Lesotho, per portare legna ai fuochi dei loro villaggi. Percorrono così 1332 m di dislivello distribuiti su un percorso di 9
chilometri, per portare la poca legna trovata a valle, nei propri spazi aperti e deserti a 2876 m. In un contesto così ancora incontaminato e arretrato tecnologicamente si sta inserendo la Cina.
Gli investitori cinesi, laddove l’acqua si estrae ancora dai pozzi, stanno costruendo strade asfaltate da far invida alle grandi metropoli europee, sfruttando peraltro i lavoratori locali. Questo permette alla Cina imperiale di porre le basi per la gestione delle reti commerciali dei nuovi centri urbani che vogliono creare in Lesotho. Le strade asfaltate sono aumentate esponenzialmente nell’ultimissima fase storica, da 887 km nel 2004 a oltre 1400 km nel 2014, un aumento superiore al 150% sul totale in soli 10 anni.
 
La popolazione dell’altopiano del Lesotho, che fino a pochi anni fa era costituita per la maggior parte pastori e agricoltori individuali, a causa dell’arrivo globalizzante del capitale cinese, si è ritrovata proiettata nell’avvio di un’industrializzazione e commercializzazione del suolo subordinata. Subdolamente la Cina ha infatti instaurato un rapporto di compravendita col governo dello stato. Attraverso la realizzazione delle infrastrutture sta ponendo le basi per radicare anche in quell’angolo di mondo i propri traffici indirizzati al profitto senza scrupoli.
Gli abitanti dei villaggi sono stati così indotti a dimenticare le competenze agricole e pastorali, per diventare abili facchini e operai. Lo stato africano, come gli altri stati continentali, sta subendo una mutazione indirizzata all’industrializzazione dei suoi territori.
Evitando di cadere nella retorica della giustizia delle condizioni di arretramento di quei paradisi terrestri lontani dalla corruzione delle grandi metropoli, è comunque fondamentale interrogarsi sull’effettiva amoralità di un tale sviluppo coordinato. In uno stato di cose globalmente giusto ed etico, le competenze per la realizzazione e per lo sviluppo andrebbero trasmesse nel limite in cui le popolazioni sovrane del territorio ne possano usufruire a beneficio della totalità. La realizzazione di una rete stradale così avanzata è chiaramente a beneficio di pochi ricchi dal momento che non esistono automobili nel Lesotho, eccetto quelle dei turisti e di qualche caso isolato nelle cittadine più grandi. Allora l’interrogativo cambia e c’è da domandarsi, perché le strade? Le strade sono la linfa
del trasporto e del commercio, ma laddove appunto non esistono auto, e gli spostamenti sono possibili solo a cavallo, perché l’impellenza di asfaltare? Il Lesotho non è infatti solo pastorizia e agricoltura. Se le colture a mais, i terrazzamenti agricoli e i vasti pascoli sono necessari al mantenimento dei locali, c’è chi riesce a sfruttare il non visibile, il sottosuolo. Le miniere del Lesotho, anche più di quelle sudafricane, sono ricche di diamanti, uranio e altri minerali, il quale commercio è però gestito e coordinato dai padroni inglesi. Anche a loro risulta dunque utile la costruzione delle strade. Anche l’Italia ha preso parte alla convergenza imprenditoriale per la realizzazione di grandi opere ne Lesotho. Se infatti una buona parte del Pil dello stato è derivabile dalla vendita di acqua ed energia elettrica al Sudafrica, ciò è dovuto ai sistemi di dighe che hanno generato grandi bacini idrici di approvvigionamento. In particolare, per la diga di Katse si deve rendere merito alla milanese Salini Impregilo Group.
La Cina controlla inoltre il settore tessile del Lesotho. Questo non vuol dire che si limita a produrre sul suolo dello stato dell’Africa australe. Infatti, oltre ad aver rilevato i piccoli impianti tessili locali, sta svolgendo un enorme lavoro di esportazione dei filati sintetici cinesi. Il prezzo concorrenziale di queste merci fa sì che i “cavalieri del Lesotho”, definiti così da Thom Pierce in un articolo per l’Internazionale del novembre 2016, siano abbigliati di pile sintetici esportati anziché di mantelli realizzati a telaio.
Inoltre nei villaggi sono iniziati a sorgere già i primi grandi spacci commerciali gestiti da negozianti cinesi, in sostituzione dei piccoli ruderi dove i pastori e gli agricoltori vendevano i loro prodotti. L’estensione della filiera non è ancora concretizzata totalmente. Negli spacci si trovano infatti prodotti di bassa qualità di fattura cinese, oltre ai grandi sacchi di farina e di cereali d’importazione.
Tutto ciò concorre nel rapido orientamento commerciale indotto che la finanza cinese sta imponendo nel Lesotho come in gran parte dell’Africa.

È così che si passa dai sentieri sassosi, percorsi da pastori e taglialegna, alle onde d’asfalto che collegano gli sporadici villaggi. Il confine labile si sta sfagliando sotto i loro piedi, e l’equilibrio della loro quotidianità si sta compromettendo,

29.6.17

IL MAROCCO E LE RIVOLTE DEL RIF

Di Niccolò Lombardini
Per comprendere più a fondo quali sono i motivi che negli ultimi mesi hanno reso il Marocco teatro di proteste da parte della popolazione berbera del Rif, dobbiamo fare obbligatoriamente un preambolo su questa regione in cui da sempre persistono sentimenti irredentisti, che talvolta sono stati e vengono tutt'oggi repressi dalla dinastia alawide, che regna sul Marocco. Il Rif è la regione più settentrionale del paese, un territorio a prevalenza montuosa con cime che superano i 2.000 metri;  il paesaggio è di un verde rigoglioso classico dei panorami alpini, ma che muta drasticamente divenendo secco e  brullo, via via che dalle montagne ci avviciniamo alle coste del Mediterraneo. 
Le principali fonti di sostentamento nella zona costiera sono basate su pesca e turismo, mentre nella parte montana, oltre la pastorizia e la lavorazione della lana con cui vengono prodotti i Djabella, le tradizionali tuniche marocchine, ciò che porta i maggiori ricavi è la coltivazione della canapa e la relativa produzione  di hashish, che avviene nelle fattorie nei dintorni di Chefchaouen e Issaguen, quest'ultima situata nel distretto di Ketama. Secondo un'inchiesta dell'ONU, il 70% della produzione mondiale di hashish viene prodotta nel Rif, mentre gli introiti ricavati dall'esportazione equivalgono al 23% del PIL del Marocco.
La produzione di hashish nel  Rif è una tradizione millenaria che risale ai tempi della via della seta, quando i mercanti arabi introdussero la canapa in Africa. L'esportazione in grande scala invece iniziò nella seconda metà degli anni sessanta, quando con  l'avvento della cultura hippie la richiesta di hashish verso l'Europa aumentò nettamente. 
Questa usanza è stata conservata gelosamente dai berberi nei secoli, facendola diventare parte integrante di quell'identità culturale che quest'ultimi hanno sempre difeso a spada tratta, da ogni minaccia che potesse  minare la loro autonomia da parte, sia  dei colonizzatori spagnoli e francesi, sia dallo stesso Re del Marocco.

Nel 1912 infatti, dopo il che il sultano Abd al-Hafiz riconobbe il protettorato della Francia sul Marocco e il controllo spagnolo di alcune zone tra cui il Rif, in tutto il paese scoppiarono grandi rivolte anticoloniali che durarono per più di un decennio. Le tribù berbere del Rif, furono quelle che resistettero più a lungo agli attacchi dei colonizzatori, ma purtroppo a causa dei precari rapporti tra le varie tribù causati da faide interne, in alcuni casi i rifani incapparono in grosse sconfitte militari come nel caso della rivolta anti-francese del 1912, che venne repressa duramente.                   
Le divergenze secolari tra le varie tribù furono però superate grazie all'avvento di Abd el-Krim al-Kattabi,  capo della temuta tribù degli Ait Ouriaghel, il quale riuscì a riunire i vari clan intorno a sentimenti anticoloniali, indipendentisti e instaurando una pratica di un islam più rigido. Abd el-Krim nel giro di poche settimane riuscì ad ottenere una serie di vittorie militari che causarono la morte di quasi diecimila soldati iberici, arrivando persino ad obbligare le truppe spagnole alla ritirata dopo che nella battaglia di Annual, 3.000 rifani sconfissero un esercito formato da 18.000 militari spagnoli. A seguito di questa serie di importanti vittorie militari, Abd el-Krim e gli altri capi clan impegnati nella resistenza fondarono il 1° Gennaio del 1922, la " Repubblica confederata delle tribù del Rif ". 
Abd el-Krim che rivestiva il ruolo di presidente della neonata Repubblica,  non voleva limitarsi alla sola liberazione del Rif, ma auspicava ad una "rivoluzione nazionale marocchina", che servisse ad innescare una serie di rivolte atte a liberare il mondo musulmano dal colonialismo; anche per questo motivo Abd el-Krim, non incentrò mai il potere della Repubblica del Rif nelle sue mani, ma si dichiarò sempre fedele al nuovo sultano del Marocco,   Mulay Yusuf ben al-Hasan.
Nonostante le molteplici dichiarazioni di fedeltà e sottomissione, il progetto di Abd el-Krim risultò troppo pericoloso agli occhi del sultano, che per paura di scatenare una reazione di Francia e Spagna decise di non sposare la sua causa,  lasciando di conseguenza le tribù berbere sole nel fronteggiare gli eserciti colonialisti.                  
Abd el-Krim
                   

Nel 1924 gli spagnoli asserragliati nelle uniche città ancora sotto il loro controllo come Ceuta, Melilla, Larache e Asila, richiesero l'appoggio aereo, sganciando sul Rif, per la prima volta nella storia in maniera così cosi consistente,  bombe a base di " gas mostarda" che causarono la morte di migliaia di rifani; gli effetti collaterali del gas si sono protratti nel tempo fino ad oggi, trasformando il Rif,  nella zona del Marocco con la più alta percentuale di cancro alla pelle. 
Le rivolte si estesero anche in altre città del Marocco controllate dai  francesi, i quali intervennero occupando Marrakech militarmente per scongiurare lo scoppio di una rivoluzione nazionale che a tratti sembrava imminente. Abd el-Krim forte delle vittorie sugli spagnoli il 13 Aprile del 1925, con soli 8.000 uomini decise di lanciare un'offensiva nel  territorio controllato dai francesi con l'obiettivo di prendere Fès, andandosi così a scontrare con  truppe formate da 20.000 uomini e supportate da  cinque battaglioni aerei, in quella che passerà alla storia come la "battaglia di Ouergha". Nonostante la superiorità numerica dei francesi, le conseguenze per quest'ultimi  dopo tre mesi di battaglia furono disastrose: 2.000 soldati uccisi e  4.000 feriti, decine di postazioni militari perse, la distruzione della base aereonautica di Meduina Ain e il sequestro da parte dei rifani di decine di migliaia di armi tra pistole, mitragliatrici, bombe a mano, cartucce e proiettili di cannone. 
Questa sconfitta spinse i francesi ad appoggiare militarmente gli spagnoli nella "guerra del Rif", andando come prima cosa, a colpire duramente i guerriglieri di Abd  el-Krim che nel frattempo erano giunti a 30 km da Fès.                             
La controffensiva francese inflisse la prima sconfitta sonante ad Adb el-Krim, segnando inesorabilmente l'inizio della fine della "Repubblica del Rif".
Intanto in Spagna la situazione politica era cambiata, con Miguel Primo de Rivera che dopo aver preso il potere con un colpo di stato, decise di intervenire con decisione nel conflitto in corso nel Nord del Marocco, con lo scopo di riportare il Rif sotto il protettorato spagnolo. l'8 Settembre del 1925, circa 13.000 soldati della Marina spagnola ed alcune centinaia di militari francesi supportati da squadre aeree e navali, presero parte allo "sbarco di Alhucemas"; un'operazione militare fatta con mezzi anfibi che portò, prima alla presa di Al Hoseima, ed inseguito a quella delle alture del monte Jebel Amekran, dove si nascondeva Abd el-Krim con i suoi guerriglieri. Dopo mesi di duri combattimenti, ai quali partecipò anche la legione straniera spagnola guidata da Francisco Franco, il 27 Maggio del 1926 le truppe franco-ispaniche decretarono la fine della "Repubblica del Rif" ed i guerriglieri guidati da Abd el-Krim si arresero il 30 Maggio a Targuist.  

Abd el-Krim venne fatto prigioniero ed esiliato nell'Isola di Rèunion dove  rimase fino al 1947, quando il governo francese accettò di trasferirlo in Francia. Durante il trasferimento a bordo di una nave mercantile diretta dal Sud Africa a Marsiglia, Abd el-Krim approfittando di una sosta presso il canale di Suèz, riuscì a fuggire trovando asilo in Egitto, dove trascorse il resto della sua vita, fondando il "Comitato per la liberazione del Maghreb" che aveva come obiettivo la liberazione coloniale del Nord Africa,  e denunciò davanti alla "società delle Nazioni" l'uso di armi chimiche da parte degli spagnoli nella "guerra del Rif" , i quali ancora oggi negano ogni responsabilità.
Una volta ottenuta l'indipendenza nel 1956, Mohammed V fu richiamato dall'esilio e riconosciuto come  Re del Regno del Marocco. Contemporaneamente nel Rif le tribù berbere si ribellarono alla dinastia alawide, scatenando rivolte che vennero represse nel sangue dall'esercito marocchino, che causò la morte di circa 8.000 rifani. Da questo momento il sovrano Mohammed V, instaurò nel paese un regime atto a reprimere ogni tipo di dissenso, che verrà consolidato definitivamente dal successore Hassan II.  In questo periodo storico, conosciuto come "anni di piombo marocchini", vennero giustiziati o fatti scomparire nel nulla migliaia di dissidenti politici o attivisti antigovernativi, molti dei quali socialisti o comunisti. Anche le  manifestazioni sindacali furono represse duramente, ed in certi casi si registrarono dei veri e propri eccidi come a Casablanca nel 1981 e a Fès nel 1990.     Questo regime di terrore, terminò nel 1999 con l'avvento dell'attuale sovrano, Re Muhammad VI, che con le sue politiche , ha attuato una serie di riforme mirate a democratizzare il paese, nonostante persistano tensioni in alcune zone del paese, come nel Saharawi.  

Per quanto riguarda il Rif, dopo alcuni anni di "calma apparente", lo scorso Ottobre, dopo l'uccisione di un pescivendolo ad Al Hoseima da parte della polizia, sono scoppiate delle rivolte per protestare contro gli abusi di potere delle forze dell'ordine. Da queste manifestazioni di piazza si è formato un movimento che ha sviluppato richieste precise, come ad esempio: maggiori servizi, maggiore giustizia sociale, maggiori collegamenti stradali ed investimenti nella regione, la quale rimane una della più isolate e svantaggiate del Marocco, con un tasso altissimo di disoccupazione e precariato.  Queste mobilitazioni che vanno avanti da alcuni mesi, si sono scontrate più volte con la polizia marocchina, che ha arrestato centinaia di manifestanti tra cui Nasser Zefzafi leader della protesta, dopo che quest'ultimo si era dato alla "macchia" sulle montagne, grazie alla complicità della popolazione del Rif.  
Nasser Zefzafi
Nasser Zefzafi, discendente della tribù degli Ait Ouraghel e membro di una  famiglia  da sempre, fervente sostenitrice dell'irredentismo rifano; il nonno di Nasser, fu ministro della "Repubblica del Rif", mentre il padre fu membro dell'Unione delle forze popolari, che era una scissione a sinistra del partito Istiqlal, il quale abbandonò una volta andato al governo. Nasser Zefzafi, oltre ad essere uno dei leader del "Movimento popolare del Rif", più noto come "Hirak", è stato un attivista del "Movimento 20 Febbraio", un'organizzazione di stampo sindacale sedicente marxista, che nel 2011 partecipò alle proteste contro il regime monarchico di Mohammed VI.
Lo scorso 26 Maggio ad Al Hoseima, durante la preghiera del venerdì, Zefzafi ed altri manifestanti hanno interrotto il sermone del predicatore, improvvisando un discorso contro le istituzioni e accusando l'Imam di essere al soldo del governo e di di usare la religione per fini propagandistici politici. Dopo una fuga di tre giorni tra le montagne del Rif, Zefzafi è stato arrestato e condotto insieme ad altri trenta manifestanti a Casablanca, dove dovranno difendersi dalle accuse di: interruzione dell'esercizio di culto, attentato alla sicurezza interna e all'unità dello stato e tradimento, rischiando fino a cinque anni di carcere.

Dopo l'arresto, ogni sera,  migliaia di persone sono scese nelle strade di Al Hoseima per chiedere la liberazione di Nasser Zefzafi e degli altri manifestanti arrestati. Le mobilitazioni di massa hanno spinto il governo di Rabat, ad inviare un delegazione nella regione, per annunciare lo stanziamento di un miliardo di euro da investire nella zona del Rif, dove nel giro di cinque anni verranno portati a termine una serie di progetti socio-economici che riguardano: sanità, istruzione e lavoro. 
Intanto nella regione del Rif le mobilitazioni per la scarcerazione dei militanti arrestati continuano, ed altre manifestazioni di solidarietà si stanno svolgendo in altre città del Marocco come nella capitale Rabat, dove migliaia di manifestanti molti dei quali legati al "Movimento islamico", si sono diretti verso il parlamento al grido di "libertà per i prigionieri politici" .
Dunque lo scenario politico in Marocco, per la prima volta dopo l'incoronazione di Mohammed VI, potrebbe tornare ad essere realmente esplosivo, con il rischio concreto che venga riproposto quel modello di regime repressivo instaurato nel paese dai suo precedessori. 

27.6.17

IN PIAZZA DE CIOMPI CON ALESSIO LEGA E ORESTE SCALZONE, IN MEMORIA DI LORENZO BARGELLINI


alessio lega


la piazza


in attesa del concerto


in memoria di lorenzo


maurizio lampronti


marzia


david


l'internazionale


l'internazionale


oreste scalzone e alessio lega


il concerto


Bella serata in piazza De ciompi. Un grazie ad Alessio Lega e ad Oreste Scalzone che tra canzoni e racconti ci hanno fatto passare una bella serata. Grazie anche a tutti i compagni e le compagne che nonostante il caldo hanno riempito la piazza. Un grazie a Marzia Mecocci per il ricordo di Lorenzi Bargellini ed a Maurizio Lampronti. Il nostro pensiero in quella piazza del quartiere quartiere di Santa Croce non poteva altro che essere rivolto a Lorenzo. 


LORENZO È VIVO E LOTTA INSIEME A NOI

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