27.5.17

LA LOTTA DEGLI "HUNGER STRIKERS" PALESTINESI E LA SOLIDARIETA' INTERNAZIONALISTA DEI COMPAGNI NORD IRLANDESI



di  Niccolò Lombardini

In questi giorni, quasi quotidianamente nelle maggiori città dell'Irlanda del Nord, da Belfast a Derry, si stanno svolgendo presidi e cortei in solidarietà ai prigionieri palestinesi in sciopero della fame dallo scorso 17 Aprile. Oggi sarà il quarantunesimo giorno di digiuno.                                                           Lo sciopero della fame di massa, che ha coinvolto più di 1.500 prigionieri  è iniziato per protestare contro le rigidissime condizioni carcerarie in cui versano i detenuti palestinesi e contro le violazioni di diritti fondamentali come il divieto per " motivi di sicurezza " di ricevere, ormai da diversi anni, visite  dai propri parenti, di poter effettuare telefonate alle famiglie e per uscire dallo stato di isolamento a cui sono sottomessi.  Già nel 2012 le carceri israeliane erano state teatro di uno sciopero della fame di massa, dove 1.600 detenuti richiedevano le medesime cose.
Secondo alcune testimonianze e dati raccolti da Amnesty International, nelle carceri israeliane sarebbero presenti più di 3.600 prigionieri palestinesi arrestati nel contesto del conflitto                    israelo-palestinese e considerati dalle autorità israeliane come "security prisoners"; tra i detenuti ci sarebbero trecento bambini e cinquecento persone in stato di "detenzione amministrativa", quindi senza processo, di cui cinquantasette donne, tredici delle quali minorenni.                                                                                                      
Appena due giorni fa, venti prigionieri palestinesi  detenuti nel carcere di Hadarim,  dopo aver subito intimidazioni e violenze da parte delle guardie carcerarie per indurli a  interrompere  lo sciopero della fame, sono stati trasportati all'ospedale di Meir, dopo che le loro condizioni di salute erano peggiorate repentinamente.                                                                                                                    

Non è certo un caso se una delle più forti ondate di solidarietà giunge dall'Irlanda del Nord: un paese ed un popolo che hanno una tradizione storica di lotte carcerarie e scioperi della fame usati come metodo di denuncia e battaglia politica, di cui si sono avvalsi più volte nella storia i repubblicani irlandesi,  ma che è stata resa nota all'opinione pubblica durante il periodo dei " The Troubles".
Nel 1976 il governo britannico decise di togliere ai detenuti di IRA e INLA, lo status di prigionieri politici e di trasferirli nella nuova sezione del carcere di Long Kelsh, denominata "Maze": una struttura formata da otto blocchi a forma di H, che presero il nome di Blocchi H (Blocks-H).               Inoltre fu imposto ai detenuti l'obbligo di indossare le divise carcerarie, che avrebbero svilito così la loro lotta, perchè in quel modo venivano messi allo stesso livello dei criminali comuni. Per questo motivo i prigionieri repubblicani, una volta rifiutata la divisa, decisero di rimanere nudi, usando solo una coperta come indumento, dando vita alla  "blanket protest". Inoltre viste le violenze effettuate dai secondini, nei confronti dei prigionieri repubblicani ogni volta che questi  lasciavano le celle per recarsi nei bagni, decisero di non svuotare più i propri "buglioli", spalmando le feci sui muri delle celle e facendo uscire le urine da sotto le fessure delle porte. Una protesta che prenderà il nome di       " dirty protest ".                                                                                                                                          
Dopo quattro anni passati nudi in una cella logora e piena di escrementi, i prigionieri dell'IRA e INLA decisero di iniziare uno sciopero della fame di gruppo.
Il 27 Ottobre 1980, sette detenuti di cui sei della Provisional IRA e uno dell'INLA, rifiutarono il  cibo per protestare contro il regime carcerario Nord Irlandese e per le condizioni in cui versavano i detenuti, i quali esercitavano cinque richieste, divenute famose come "five demands": diritto di indossare i propri vestiti e non la divisa carceraria, diritto di non svolgere il lavoro carcerario, diritto di libera associazione con gli altri detenuti durante le ore d'aria, diritto di avere reintegrata la remissione di metà della pena e il diritto di ricevere pacchi settimanali, posta e di poter usufruire di attività ricreative.

 A questo primo sciopero parteciparono: John Nixon (INLA), Brendan Hughes ,Tommy McKearney , Sean McKenna, Leo Green, Raymond McCartney , Tom McFeeley  e  Brendan Hughes, quest'ultimo ex comandante della "brigata Belfast" della Provisional IRA e  comandante dei detenuti del "Maze", il quale una volta iniziato lo sciopero, lasciò il comando a Bobby Sands. A questi prigionieri il primo dicembre 1980, si aggiunsero altri 30 detenuti del "Maze" e 3 del carcere femminile di Armagh.
Dopo cinquantatre giorni di digiuno, con Sean McKenna che nel frattempo era entrato in coma, gli "hunger strikers" presero la decisione di interrompere lo sciopero solo dopo che il governo Thatcher, mentendo platealmente, promise di soddisfare le richieste dei detenuti. Una volta compreso che il governo britannico si stava prendendo gioco di loro, i prigionieri irlandesi lanciarono un nuovo sciopero della fame. Questa volta però, a differenza del primo, decisero che non sarebbe stato uno sciopero della fame di massa, ma bensì graduale, con lo scopo di allungare i tempi della protesta e mantenere alto l'interesse dell'opinione pubblica internazionale, che nel mentre si stava interessando alla vicenda.

La sera del 28 Febbraio 1981, il primo  ad iniziare lo sciopero fu proprio Bobby Sands, quindici giorni dopo fu il turno di Francis Huges, seguito a intervalli regolari da tutti gli altri. Durante il periodo di sciopero della fame Bobby Sand, nonostante la detenzione fu candidato dal Sinn Fèin  per le elezioni suppletive in contrapposizione a Harry West, candidato dell'Ulster Unionist Party, riuscendo ad essere eletto membro del parlamento britannico con 30.492 voti. Nonostante l'esito elettorale, il governo Thatcher si rifiutò di scendere a compromessi con i repubblicani, per il fatto che Bobby Sands e tutti gli altri prigionieri dell'IRA e INLA, erano considerati criminali comuni e quindi non godevano di nessuno di quei diritti che venivano riservati ai prigionieri politici.
Il 5 Maggio 1981, dopo sessantesi giorni di digiuno e ormai ridotto su una sedia a rotelle in condizioni pietose, con l'intestino distrutto e cieco da un occhio,ma ancora del tutto lucido, Bobby Sands morì, venendo sostituito nel digiuno da Joe McDonnel. La testimonianza di questi giorni è raccolta nel libro " Bobby Sands prison diary" , che lui stesso scrisse nei primi diciassette giorni di sciopero della fame.

Una settimana dopo fu Francis Huges ad andarsene, seguito da Raymond McCreesh e dal comandante dell'INLA Patsy O'Hara, che morirono a distanza di poche ore l'uno dall'altro, tutti e tre vennero prontamente sostituiti da altri detenuti. Morirono anche Martin Hurson, Kevin Lynch, Kieran Doherty,Thomas McElwee e Mickey Devine. Il 3 ottobre 1981, dopo che le famiglie dei detenuti iniziarono a dare il consenso per l'intervento medico nei confronti degli scioperanti che versavano in condizioni critiche, gli altri prigionieri presero coscienza del fatto che ormai lo sciopero della fame non aveva più senso, decidendo quindi di interromperlo. Pochi mesi dopo il governo britannico dichiarò di voler effettuare una revisione del sistema carcerario e accettò molte delle richieste rivendicate dai prigionieri repubblicani.

C'è quindi un filo rosso che collega l'Irlanda del Nord e la Palestina, entrambe sotto il giogo di un esercito occupante che da decine di anni da una parte e centinaia dall'altra, schiaccia con violenza cieca ogni tentativo di rivolta. La solidarietà internazionalista dei compagni Nord Irlandesi oltre che importantissima è un incitamento a resistere, ed è per questo che anche noi ci uniamo agli appelli di solidarietà verso i  prigionieri palestinesi che in questi giorni stanno mettendo in gioco la loro vita pur di ottenere quel minimo di libertà, che da quasi mezzo secolo i sionisti gli hanno tolto.

17.5.17

PD E FASCISTI INSIEME A SOSTEGNO DELLA MOBILITAZIONE REAZIONARIA IN VENEZUELA



Giovedi 18 maggio l'auditorium del consiglio regionale della Toscana ospiterà una iniziativa che vede fianco a fianco Partito Democratico e fascisti di Fratelli d'Italia. L'occasione è la presentazione di un libro "Venezuela, crollo di una rivoluzione" della giornalista Tremamunno, un libro chiaramente schierato dalla parte della mobilitazione reazionaria attualmente in corso in Venezuela. 

Al di la del giudizio che possiamo dare sul governo Maduro ci pare semplicemente vergognoso e scandaloso organizzare una iniziativa che sostiene una mobilitazione reazionaria che ha come obiettivo cancellare le riforme progressiste adottate dal governo bolivariano, una protesta organizzata dalla media e grande borghesia venezuelana (quella che ai tempi d'oro prendeva l'aereo il venerdi sera per andare a far shopping a Miami) e sostenuta attivamente dall'imperialismo yankee e da tutta la peggiore feccia latinoamericana. 

Ci pare ancora più scandaloso organizzare una iniziativa insieme ai fascisti di Fratelli d'Italia, insieme a coloro che celebrano i "franchi tiratori" ed i martiri della repubblica di Salò. Insieme a coloro che sfilano fianco a fianco ai fascisti di Casapound, insieme a coloro che fanno del razzismo e della xenofobia la propria ragione di esistenza e di bottega. 

Questa è l'ennesima riprova di come il PD ormai sia un partito di destra, che non si fa problemi a organizzare iniziative pubbliche con i fascisti, che nella crisi venezuelana non tentenna minimamente nello schierarsi dalla parte della reazione e della destra. 

CONTRO FASCISTI E PD 
AL FIANCO DELLE MASSE LAVORATRICI VENEZUELANE 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI FIRENZE

16.5.17

GIUSEPPINA VERDOJA PRESENTA "LA MIA GUERRA DI SPAGNA"



ASSOCIAZIONE MARIANO FERREYRA 
Via degli Alfani 13 rosso Firenze 

Giovedì 18 maggio 

Presentazione del libro: LA MIA GUERRA DI SPAGNA di MIKA ETCHEBEHERE 

Ore 20 apericena 

Ore 2130 presentazione del libro 

Introduce: Maurizio Lampronti 
Niccolò Lombardini 
Interviene: 
GIUSEPPINA VERDOJA 
SERGIO D'AMIA 
PINA SARDELLA 

La mia guerra di Spagna di: Mika Etchebéhére Mika Etchebéhère, una delle grandi dimenticate dalla storia, scrisse questa sua autobiografia a quarant’anni di distanza dalla guerra, nel ’76. Non fu una storica o una scrittrice bensì una combattente sul fronte aragonese insieme a suo marito Hippolyte ucciso mentre era al comando di una colonna del Poum, organizzazione anti-stalinista fondata da Andrés Nin. Priva di nozioni militari, capace a malapena di sparare, dopo la morte del marito Mika si trova suo malgrado a imbracciare il fucile, vincendo le diffidenze degli uomini e trasformandosi nell’unica donna “capitana” di una colonna militare antifranchista. Le prime pagine del libro testimoniano l’impreparazione generale di fronte al colpo di Stato ma anche il coraggio con cui la popolazione reagisce. La guerra di Spagna fu infatti la prova generale della Seconda guerra mondiale, ma anche la dimostrazione delle potenzialità di un popolo che si autorganizza per lottare in armi per una società migliore e della viltà dei governi "democratici" europei che optarono invece per il "non intervento". Solo l’Urss staliniana sembrò disposta a fornire un aiuto ai miliziani, ma ben presto scatenò la propria violenza contro le forze più radicali della rivoluzione. L’autrice ha vissuto quella storia da dentro ma la racconta da vera scrittrice: ci fa rivivere le trincee, l’avvicendarsi di tensioni e di pause, di discussioni politiche e sofferenze, di paure e speranze, in un racconto tanto epico quanto doloroso e frantumato, ricco di contraddizioni perché vero. Una rievocazione bruciante, fitta di episodi e di figure memorabili di cui non a caso ritroviamo riferimenti diretti e indiretti nel film di Ken Loach Terra e Libertà. «La “guapa” Mika venuta da fuori guarda e riflette, guarda e registra con una memoria di ferro e con la libertà della scrittrice di vaglia, e ci restituisce a distanza volti e parole, stracci e macerie, rumori e silenzi, asprezze e dolcezze, dubbi e fiducie, conflitti col nemico e conflitti interni alla propria parte, agli amici. Da grande scrittrice oltre che da memorialista. Ha vissuto quel che racconta e quando ricostruisce la sua esperienza di combattente con dovizie di particolari, se pure qualcosa vi aggiungesse si tratta della conseguenza di un vissuto così forte, così unico, da risultarle indimenticabile: se c’è del verosimile è per precisare il vero, è fatto di vero. E le emozioni che il lettore ne ricava non sono il frutto di una mistificazione ma di un’adesione: mai, in nessun momento, dubitiamo della sincerità della narratrice, e sempre, in ogni momento, sentiamo il suo calore e la sua passione». Goffredo Fofi 

Autrice Mika Feldman Etchebéhère (1902-1992) nata in Argentina da genitori ebrei emigrati dalla Russia per sfuggire i pogrom, nel 1920 incontra il suo futuro compagno Hippolyte con cui aderisce al partito comunista, da cui vengono presto esclusi per «tendenze anarchizzanti». Nel ’32 i due sono a Berlino constatando la tragedia dell’avvento del nazismo, e nel luglio ’36, allo scoppio della rivoluzione, si arruolano a Madrid nella colonna del Poum capitanata prima da Hippolyte e, dopo la sua morte, da Mika. All'ingresso delle truppe franchiste a Madrid, Mika riesce a sfuggire e passare in Francia. Durante il secondo conflitto mondiale rientra in Argentina temendo un possibile arresto da parte del regime collaborazionista di Vichy. Poi, terminata la guerra, rientra in Francia dove vive per il resto della sua vita. Questa sua autobiografia fu pubblicata in Francia nel ’76 dalle Èditions Denoël con il titolo Ma guerre d’Espagne à moi. La prima edizione italiana uscì per Bompiani nel 1977.

DISPONIBILI I PRIMI DUE LIBRI STAMPATI DALL'ASSOCIAZIONE MARIANO FERREYRA, DOCUMENTI DEL 1° CONGRESSO DEL PCL

DISPONIBILI I PRIMI DUE LIBRI STAMPATI DALL'ASSOCIAZIONE MARIANO FERREYRA, DOCUMENTI DEL 2° CONGRESSO DEL PCL

12.5.17

IL GAMBIA DOPO YAHYA JAMMEH

Sono passati poco più di quattro mesi da quando il Gambia si è liberato definitivamente, dopo ventidue anni, del suo sanguinoso dittatore Yayha Jammeh (salito al potere nel 1996 grazie a un colpo di stato), tramite le elezioni presidenziali che hanno visto trionfare il candidato indipendente Adama Barrow: cinquantaduenne musulmano, socialdemocratico, imprenditore immobiliare con un passato da Bodyguard a Londra, sostenuto da una coalizione guidata dal principale partito d'opposizione, il Partito Democratico Unito, che durante gli anni del regime ha subito una fortissima repressione da parte dello stato, con rapimenti, sparizioni, torture e uccisioni ai danni dei propri militanti, su tutti il leader del partito Ousainou Darboe, arrestato lo scorso Aprile e liberato pochi giorni dopo la vittoria elettorale di Barrow, e il segretario organizzativo del PDU Solo Sandeng, morto in carcere a poche ore dal suo arresto. 
Durante questi quattro mesi si sono susseguiti vari eventi che manco a dirlo hanno avuto come potagonista  l'ormai ex presidente Jammeh, oggi in esilio nella Guinea equatoriale.    
Ma andiamo per gradi.

Lo scorso primo dicembre, dopo anni di mobilitazioni antigovernative da parte dei partiti d'opposizione spinti  dalla rabbia di  una popolazione stremata dalla disoccupazione e dalle  politiche di regime atte ad eliminare  ogni dissesenso e che hanno costretto centinaia di migliaia di giovani ad emigrare verso l'europa, si sono svolte nel paese le elezioni presideziali che hanno rappresetato per il popolo gambiano un' opportunità di cambiamento e di rivalsa nei confronti del dittatore Yahya Jammeh. Dopo una grandissima affluenza alle urne ed un'estenuante attesa per i risultati, a trionfare è Adama Barrow, un imprenditore immobiliare sostenuto da una coalizione di partiti capitanati dal PDU. 

Centinaia di migliaia di persone invadono le strade di Banjul in segno di festa ma con il timore di una possibile reazione di Jammeh, il quale inizialmente stupisce tutti accettando il risultato elettorale. Una settimana dopo il " pazzo di Kinalai " come viene soprannominato Yahyha Jammeh in riferimento al suo luogo di nascita, torna su i suoi passi dichiarando alla Tv nazionale di rifiutare il risultato elettorale facendo schierare carriarmati a Banjul  e prendendo il controllo degli uffici elettorali, costringendo così Adama Barrow a rifugiarsi in Senegal per motivi di sicurezza.                                                                                                                                                          
Il 19 Gennaio su decisione dell'ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale), settemila uomini appartenenti all'esercito Senegalese, alcune centinaia di unità Ghanesi supportati dalla marina ed aeronautica nigeriana, circondano i confini del paese minacciando un intervento armato nel caso Jammeh non avesse lasciato immediatamente  la carica di presidente.                                                                                                                                 

Nonostante la mancata approvazione rigurado l'intervento militare da parte del Consiglio sicurezza dell'ONU, le truppe dell'ECOWAS decidono comunque di invadere  la nazione trovando una resistenza velleitaria da parte di militari gambiani e mercenari del Casamance pro-Jammeh solo nei pressi di Kinilai; poche ore dopo l'inizio dell'operazione l'esercito senegalese comunica di aver preso ufficialmente il controllo del Gambia. 
Scatta così una trattativa con Jammeh che rifiuta però con decisione di dimettersi dalla carica di presidente, contemporaneamente però  il capo dell'esercito gambiano Ousman Badije, giura fedeltà a Barrow dichiarando di non voler combattare le truppe inviate dell'ECOWAS. Dopo dodici ore di trattative, Yayha Jammeh sentendosi ormai solo e forse per paura di essere catturato dall'esercito senegalese  o ucciso dalla popolazione sempre più inferocita, decide di adbicare annunciandolo con un discorso in diretta sulla Tv di Stato, chiedendo una soluzione pacifica della crisi.                                                                                                                                                                                                          Il 21 Gennaio 2017, Yahya Jammeh si imbarca su un aereo diretto in Guinea dove rimmarra per alcuni giorni prima di  dirigersi infine verso la Guinea equatoriale dove vivrà in esilio per i prossimi anni, accolto dell'altro feroce dittatore, Teodoro Nguema Obiang Mangue. Yahya Jammeh poche ore prima di lasciare il paese sembra abbia prelevato dalle casse dell Stato  circa undici milioni di dollari, pari all'1% del PIL del Gambia, amplificando ulteriormente il sentimento di odio nei suoi confronti da parte della popolazione. Nei vent'anni di regime sembra che Yahya Jammeh abbia accumulato un capitale personale pari a 80 milioni di dollari.
Nonostante la cacciata di Jammeh, l'ECOWAS decide comunque di far rimanere per almeno tre mesi  2.500 uomini di stanza in Gambia, in particolare nella capitale Banjul e nelle zone più sensibili: porti, aeroporti e nei principali punti di accesso al Senegal, per sorvegliare sulla sicurezza interna e permettendo così ad   Adama Barrow di far rientro in Gambia il 26 Gennaio.

IL NUOVO GOVERNO BARROW 

Il nuovo presidente Adama Barrow, una volta rientrato in Gambia, dichiara di voler apportare una serie di riforme che permetteranno al paese di ritornare ad uno scenario democratico, iniziando  dal cambiare il nome ufficiale della nazione da " Repubblica Islamica del Gambia " a " Reppubblica del Gambia ". Sopratutto nel campo dei diritti umani sono state annunciate riforme, infatti  sarà garantita la libertà di stampa, verranno liberati tutti i prigionieri politici incarcerati senza processo dal regime dispotico di Jammeh e risarcite tutte le vittime di soprusi con la promessa di far aderire il Gambia alla Corte penale internazionale dei diritti dell'uomo.
Anche le forze armate e servizi di Intelligence sono stati sconvolti con allontanamenti dal servizio ed arresti: Il Capo di Stato Maggiore della Difesa Ousman Badije è stato allontanto insieme ad altri dieci membri del suo staff, il direttore del sistema carceraio David Colley è stato licenziato ed arrestato insieme ad altri nove uomini sospettati di far parte dello squadrone della morte dei "Jungulars", il direttore generale del NIA ( national itelligence agency) Yakuba Badije è stato licenziato ed arrestato insieme al direttore delle operazioni Sheik Omar Jeng, per violazione dei diritti umani. Indiscrezioni di pochi giorni fa attesterebbero che sull'agenda di Adama Barrow, ci saerebbe in programma una grande "purga" tra le file dell'esercito ( si parla di 2000 uomini) che andrebbe a colpire specialmente i militari di etnia "jolla", che  risulterebbero essere tra i più irriducibili sostenitori di Jammeh; gli stessi che  ancora oggi nella citta di Kiralai, impedirebbero con attacchi armati alle truppe dell'ECOWAS di sequestrare un grosso arsenale di armi nascosto nella casa dell'ex presidente.
 
Questi licenziamenti annunciati  all'interno delle forze armate potrebbero rivelarsi un boomergan per il neo Governo Barrow, perchè un numero così elevato di militari senza più un occupazione finirebbero con molta propabilità per aggravare le tensioni sociali già forti all'interno della nazione,  con il rischio di far sprofondare il Gambia nella guerra civile,  ed è sicuramente  per questo motivo  si  il  presidente Adama Barrow ha richiesto all'Ecowas  che l'esercito senegalese  resti per altri tre mesi all'interno del paese.
Per quanto riguarda Adama Barrow, nonostante le propositive  riforme democratiche promesse durante la campagna elettorale ed in parte già attuate, risulta essere però un fervente alleato della corona inglese a tal punto da avere già  intavolato le procedure per far rientrare il Gambia all'interno del Commonwealth, da cui era uscito nel 2013 su impulso di Yahya Jammeh, che lo aveva definito, in questo caso giustamente, un istituto neo-coloniale. 
Il mese scorso, il Segretario agli Affari Esteri britannico Boris Johnson, famoso per le sue tristi esternazioni sul continente Africano e sul colonialismo, si è recato in Gambia per incontrare il presidente Barrow e discutere delle future relazioni  diplomatiche ed economiche  tra  Regno Unito e il piccolo paese Africano, scatenando malumore a livello mediatico e risvegliando nella popolazione sentimenti anticoloniali che sembravano essere sopiti per sempre, o  che forse avevano lasciato solo il posto a quelli contro il dittatore, Jammeh. Dopo essersi rifiutato di rispondere a tutte le domanda dei giornalisti riguardo le sue visioni sul colonialismo, Johnson ha esternato la sua soddisfazione nel vedere come l'influenza britannica stia tornando ad espandersi, anche nell' Africa Occidentale; dichiarazioni che confermano il tentativo del Regno Unito, specialmente dopo la Brexit, di ricrearsi un aerea d'influenza economiche al di fuori dell'Europa. 
Non dobbiamo certo essere noi a ricordare di quali crimini si macchiarono gli inglesi in Gambia durante il colonialismo, arrivando a trasformare il più piccolo paese dell'Africa continentale nel più grande serbatoio di esseri umani, dove quasi un milione di gambiani furono imprigionati e venduti dagli inglesi come schiavi in Europa, Nord America e Indie Occidentali. Non pensiamo dunque che stringere relazioni con l'imperialismo inglese possa essere un passo in avanti per il popolo gambiano il quale non gioverebbe di nessun benificio da un'ipotetica partnership con il regno unito e dalle conseguenti infiltrazioni capitaliste  che andrebbero a gonfiare le tasche dei soliti investitori stranieri, che vedono in determinate nazioni africane, laddòve è impossibile arricchirsi in altri modi come ad esempio nel campo delle risorse naturali , la possibilità di sviluppare il  business  nel settore turistico, andando quindi ad acquistare a prezzi stracciati interi appezzamenti di terreno in zone incontaminate, che vengono completamente  deturpate  per far spazio a gigantesche strutture ricettive le quali si servono di mano d'opera locale a basso costo, e  che in molti casi restano incompiute a causa del fenomeno della speculazione edilizia. 
Non crediamo nemmeno che la " via elettorale ", seppur sia stata accompagnata da mobilitazioni di massa,  rappresenti una reale soluzione alla crisi gambiana, perchè purtroppo rimaniamo scettici difronte a tutti quei personaggi legati alle logiche di profitto e quindi di sfruttamento, come gli imprenditori, che decidono di impegnarsi in politica. Dunque è un dovere di tutto il proletariato gambiano: operai, contadini, studenti e disoccupati, quello di unirsi e vigilare che il nuovo governo eletto con a capo Adama Barrow, il quale ha promesso che rimarrà al potere per soli tre anni, soddisfi ogni richiesta della popolazione, cercando in questo modo di scongiurare la possibilità che si ripresentino periodi bui come quello di Yahya Jammeh, e allo stesso tempo tentare di impedire che il Gambia diventi un paese alla stregua di governi imperialisti stranieri che non sono certo interessati al bene della popolazione gambiana. Purtroppo nessuna delle organizzazioni politiche  presente oggi nel paese, nonostante la natura progressista di alcune, possono dare una direzione realmente rivoluzionaria, ma siamo sicuri che oggi più che mai, il futuro del Gambia è nelle mani del suo popolo.

9.5.17

“Ma che piccola storia ignobile che mi tocca raccontare”: Telecom e Alitalia, la vicenda odiosa del capitalismo arraffone e dei lavoratori dal futuro senza alcun diritto di garanzia




Telecom e Alitalia sono due storie tristi accomunate dal fatto che i lavoratori sono stati massacrati senza che ugualmente, si sia aperto un qualsiasi spiraglio positivo per il futuro di queste aziende e di conseguenza uno straccio di certezza per quanti vi sono occupati, di riuscire a farlo per il futuro. Stavolta, invece di soffermarci solo sulle dinamiche aziendali che hanno anche in questi frangenti, seguito l’indecente copione, oramai consolidato e tanto caro alla classe padronale, dei tagli al personale, dei tagli alle retribuzioni e dell’inasprimento delle condizioni di lavoro, sarebbe forse il caso di soffermarsi un attimo, anche sulle qualità manageriali di quelli che, preposti a questi compiti, sono solo riusciti a massacrare i lavoratori, senza ottenere alcun risultato.

Personaggi individuati come taumaturghi ai quali, con i sindacati conniventi, lo stato complice dà carta bianca ma che non riescono andare oltre a quello che, sin qui, si è sempre e solamente visto: lavoratori che pagano le crisi! Ma in molti di questi casi è forse opportuno dire che i lavoratori, non solo hanno pagato le crisi, ma hanno pagato anche incapacità e inettitudine di questa sorta di santoni del management. 

Siamo più o meno all’inizio del 1998, con Ciampi presidente del consiglio dei ministri, tutto attento a preparare l’Italia all’euro, quando iniziarono i guai di Telecom (ex SIP), con quella che fu definita la “madre di tutte le privatizzazioni”. A riguardo non molti sanno che l’operazione serviva a Ciampi per assicurarsi il fatto che l’Italia fosse tra i paesi che avrebbero adottato l’euro sin dall’inizio e la vendita di Telecom era necessaria, per far cassa e diminuire le spese, vendita che avvenne senza che, però, vi fosse un gruppo di azionisti disposti a investire nel lungo termine, cosa questa che in qualche maniera avrebbe garantito i lavoratori, pur se con contratti di solidarietà a cassa integrazione a recepire un salario. 

A signoreggiare, nell’operazione, fu il gruppo Fiat, che attraverso l’IFIL (società d'investimento controllata dalla famiglia Agnelli) aveva acquisito lo 0,6 per cento del capitale e che non solo pretese di governare l’azienda senza ingerenze, ma dimostrò essenzialmente di essere interessata - ovviamente – alla gestione del potere economico piuttosto che alle strategie industriali. Lo dimostra il fatto che AT&T e UNISOURCE, due imprese qualificate nel settore della telefonia, che erano state selezionate dal Tesoro, vennero estromesse in maniera veloce e senza spiegazioni, perché non gradite a cotanto socio. Quella fu la prima scelta sbagliata di management, tant’è, che Antonio Maccanico, persona non certo ostile alla FIAT, commentando le continue difficoltà cui l’azienda era andata e andava esponenzialmente incontro ebbe a dire: “Ci fu una certa inconsistenza del nucleo stabile sulle scelte manageriali, forse dovuta al fatto che loro non conoscevano il settore.”.Esemplare, no? Incapacità aggiunta alle vergognose dinamiche padronali da sempre adottate per ridurre all’osso le spese e far aumentare i guadagni. 

Il resto della storia è ancora più triste, perché con l’avvicendarsi di diversi nomi, tutti illustri nel firmamento della finanza, inutili da elencare dal momento che sono gli stessi che hanno poi contribuito ad altre rovine, rimangono sotto gli occhi di tutti questi dati: nel 1998, cioè all’indomani della privatizzazione, la società era la quarta in Italia per fatturato e la prima per valore aggiunto, aveva utili che superavano l’undici per cento del ricavato e le risorse finanziarie generate dalla gestione ammontavano a circa 7,5 milioni di euro. Prima della privatizzazione i dipendenti di Telecom erano 120.000, ora sono 50.000. Il rapporto tra i debiti e il fatturato era del 30%, ora è al 100%. Il gruppo era presente dappertutto nel mondo, adesso, dopo la vendita di Telecom Argentina, rimane Telecom Brasile, proprietà che non si sa bene per quanto altro tempo Telecom Italia riuscirà a tenere e dove è già stata avviata una ristrutturazione che prevede il licenziamento di 1700 persone. Questi sono i dati che bastano da soli a riassumere quanto la privatizzazione e le accorte politiche aziendali adottate dal manager di turno siano riuscite a disastrare l’ex SIP.Un altro caso infelice è Alitalia che, se vogliamo, è un capitolo peggiore o comunque più conosciuto al grande pubblico perché ha avuto una risonanza più rilevante.

La società viene messa su nel settembre 1946, sotto l’egida IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale, nato sotto il fascismo e dismesso nel 2000), effettua il primo volo il 5 maggio 1947 e per i successivi quaranta anni va serenamente per i cieli, fino a quando, negli anni ‘90, si avvertono i primi segnali di cedimento con un sensibile calo del numero dei passeggeri. La compagnia è in crisi e con una girandola di presidenti e amministratori delegati vivacchia e sopravvive sino al 2006, anno in cui il rischio di fallimento è concreto al punto che il nuovo governo Prodi ne decide la privatizzazione, vendendo le quote di proprietà del Tesoro per arrivare a un salvataggio di mercato, ma la gara pubblica va deserta; un anno dopo, il governo ci riprova, ma questa volta attraverso una trattativa diretta, avviata in esclusiva con Air France, che nel frattempo già si era già fusa con la olandese KLM; si arriva a un accordo di massima, che prevede un investimento franco-olandese di 1,7 miliardi e 2100 esuberi. A marzo 2008 il governo Prodi accetta le condizioni, ma è in una posizione di estrema debolezza: il premier è stato sfiduciato e si va alle elezioni politiche che Berlusconi vince diventando il nuovo presidente del consiglio. 

Poiché i guai non vengono mai da soli, per Alitalia Berlusconi immagina una genialata: pervaso da orgoglio nazionalista e soprattutto per fare un favore bello grosso a un certo numero di persone che su Alitalia pensavano di guadagnarci, partorisce l’operazione “Capitani coraggiosi” (che è il titolo di un romanzo di Rudyard Kipling e che bene sarebbe stato se ce lo fossimo ricordato solo così); al grido di “Alitalia deve restare italiana” salta la trattativa con Air France, spacca la compagnia in due tronconi, la parte attiva, aerei, rotte, infrastrutture, personale ecc. la vende ai “capitani”, un gruppo di imprenditori italiani, guidati da Roberto Colaninno, che, con la regia dell'allora amministratore delegato di Intesa San Paolo, Corrado Passera, fondano CAI con annesso e connesso massacro di lavoratori e riunisce tutti i debiti in un'altra compagnia (il nome usato fu “bad company” - cattiva compagnia), i cui debiti vengono ripianati dallo stato a spese dei contribuenti.

Purtroppo però, con Colaninno presidente e Rocco Sabelli amministratore delegato, le cose non migliorano, anzi gli affari continuano ad andar male; una serie di errori strategici si sommano agli errori del passato, cambiano i nomi al vertice, in una girandola che vede sempre gli stessi personaggi spostarsi da un management all’altro (non ci dimentichiamo che uno degli ultimi presidenti di Alitalia è stato Luca Cordero di Montezemolo che la ha lasciata da poco, ma è rimasto nel C.d’A. e che forse, in un futuro non lontanissimo, ritroveremo a Telecom, ma che è stato già presidente e A.D. di Ferrari e Maserati, già presidente FIAT, già presidente di Telethon, già vice presidente di UNICREDIT, già presidente di Nuovo Trasporto Viaggiatori – Italo e già tantissimi altri incarichi che elencati tutti avrebbero la lunghezza di un saggio), si arriva alla vendita del 49% di Alitalia a Etihad, compagnia aerea nazionale degli Emirati Arabi uniti.

Le ultime vicende le conosciamo tutti, i sindacati, le proposte capestro dei padroni, il referendum che boccia l’accordo che chiedeva l’ennesimo sacrificio ai lavoratori (quelli che restavano, perché gli esuberi previsti erano novecentoottanta), l’intervento del governo e per finire una Alitalia commissariata, in attesa di essere venduta, non si sa ancora a chi, o chiusa definitivamente.Storie tristi, vero? Storie che fanno rabbia, ma una cosa però, va detta: in questo campo fatto di disastri, di rovine, di perdite, di licenziamenti, di famiglie private di reddito, tutti questi super manager ne escono sempre a testa alta, perché la loro incompetenza viene sempre (dopo due o tre anni di management) premiata e pagata a peso d’oro dal momento che incassano liquidazioni favolose, a dispetto di lavoratori che non hanno più ricevuto lo stipendio.

6.5.17

I MAGGIO A FIRENZE 2017 - ANTICAPITALISTA E PER L'UNITA' DI CLASSE






A Firenze, dopo anni di opaca acquiescenza a tale importante data, il Pcl e molte altre realtà anticapitaliste (CUB, USB, USI, Fronte di Lotta No Austerity, Associazione Mariano Ferreyra, Rifondazione Comunista, Marxpedia, CortocircuitO, Sinistra Anticapitalista, Firenze a Sinistra, Comitato No Tav, Stop TTIP, Rete Fiorentina Antirazzista) hanno deciso che questo primo maggio sarebbe stato ricordato come un momento essenziale, restituendo il significato più profondo in quanto giornata internazionale di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori e punto di partenza prima ancora che di arrivo della battaglia dei proletari contro un sistema che fa della violenza, la fame di profitto, la guerra, il perno e la ragione della propria esistenza. 

Il Pcl si è impegnato perché fosse chiaro ed evidente che il primo maggio si riappropriasse della propria memoria e in definitiva l’unica che riguardi i lavoratori, ribadendo l’importanza dell’unità contro le divisioni padronali e i partiti reazionari come il Pd, che non solo impongono alla classe lavoratrice la sottomissione ma nella macelleria dei diritti e nella giurisprudenza del lavoro e nella repressione, ne sviliscono la capacità propositiva e oppositiva, ne svuotano la lotta. Il corteo, ha visto alcune centinaia di militanti delle diverse realtà cittadine e non solo: compagni di realtà sindacali dalla storia e le metodologie differenti sensibili a ad una convergenza da fronte unico nella coscienza che all’oppressione capitalista si risponde con la mobilitazione e la guerra di classe. 

Non abbiamo infatti dimenticato che politiche dell’austerità portate avanti dalle classi dominanti in Italia ed Europa sono la dichiarazione del conflitto sociale ai lavoratori, alle classi popolari, offrendo a costoro un conto amarissimo fatto di precarietà, instabilità, cassando loro diritti democratici e sociali preziosi, rapinando i giovani di ogni prospettiva futura, di ogni investimento progettuale. È stato questo il primo maggio degli immigrati, braccia indispensabili al Capitale da depredare, traendone ricchezza, schiavitù, imponendo loro la guerra, quella sì “a casa loro”. Non è possibile infatti ignorare gli interventi militari in Medio Oriente, in Africa e lo stillicidio consumato nella tragedia di milioni di migranti che nel tentativo di salvare la propria vita da conflitti sempre più sanguinosi, volgono lo sguardo ad un’Europa che se alza muri e frontiere, sbarrando le porte, in realtà nei settori dove il conflitto capitale/lavoro, si realizza feroce (come nella logistica), non aspira altro che ad uno sfruttamento intensivo e con scarse quando non esistenti garanzie contrattuali. 

Il primo maggio si è voluto “anticapitalista e di (e per l') unità di classe” dunque, proprio perché fosse chiaro il monito sul pericolo di venti reazionari e la recrudescenza di forze neofasciste, che nell'odio razzista mirano non solo a dividere la classe, costruendo la falsariga di un nemico nei migranti ma offrono il placet ai padroni che nella compravendita della fatica a poco di queste persone, attuata con la complicità dei sindacati confederali, continuano nell'incessante lavoro dello scannatoio delle politiche sociali. Ed è sulle direzioni sindacali che grava la grandissima colpa di non aver costruito e rinsaldato alcun movimento di lotta e soprattutto unitario che rispondesse colpo su colpo agli attacchi della Confindustria, consentendo le misure di “sangue e lacrime” attuate dai vari governi succedutisi fino a quello attuale, perseverando nell’opera di distruzione dei diritti del lavoro, nel potere di acquisto di salari inadeguati e pensioni ed età pensionabili stabilite su criteri indecenti e inventandosi infine, con il decreto Minniti, nuove misure repressive (che tra gli innumerevoli abomini da questo contemplato, include anche la possibilità di arresto in “flagranza differita” verso tutti coloro che promuovono mobilitazioni di piazza). 

L’impegno assunto dall "Assemblea per un primo maggio di lotta" ha fatto sì che per le vie del centro sfilassero i lavoratori ma non solo, presenti erano anche studenti, precari, disoccupati, migranti e senza tetto. Per il valore simbolico e di rivolta, nella prima che si possa considerare di classe in Europa, il corteo ha scelto Piazza de Ciompi, vicina ai lavoratori della Conad di via Pietrapiana. La prima sosta è stata stabilita infatti davanti all’esercizio commerciale il quale, non solo era aperto in quella giornata ma lo è sempre nei giorni festivi. 

La protesta dunque non poteva che realizzarsi come doverosa, necessaria, nella richiesta di chiusura almeno per 15 minuti, 15 minuti preziosi in cui anche altri militanti di altre organizzazioni presidiavano il punto vendita con le proprie bandiere, i propri simboli, le proprie parole d’ordine e durante i quali chiari, vibranti, si sono pronunciati gli interventi da parte dei rappresentanti della CUB, dell’ USB e dell’USI tra il volantinaggio dei compagni all’interno e fuori il supermercato, parlando ai commessi e alle persone che si fermavano chiedendo le ragioni di tale mobilitazione. 

La tappa a Palazzo Vecchio, ha visto l'intervento di Alessandro Nannini, delegato dei Cobas ATAF che ha invitato i lavoratori a dare adesione allo sciopero Ataf del 15 maggio evidenziando le gravi responsabilità del sindaco Nardella che ha scaricato sull’azienda ma soprattutto sui lavoratori la responsabilità dei disagi, quando è chiaro che il problema sono unicamente le scelte di Palazzo Vecchio. Una volta a Santa Croce, verso Borgo de Greci e in direzione della camera del lavoro, il corteo ha commemorato Fabio, morto ad appena 21 anni mentre si guadagnava il pane il 28 aprile presso una ditta di spedizioni all’Osmannoro, offrendo solidarietà ai colleghi e ai suoi familiari e denunciando l’ammorbante indifferenza della CGIL che per quella assurda fine non solo non ha dedicato mezzo comunicato ma s’è anche ben guardata dal proporre ed organizzare uno sciopero generale dei lavoratori del settore, nell’esigenza di contratti stabili e di giuste condizioni di lavoro che non possono eludere di certo il diritto alla sicurezza (il giovane, era stato assunto da una ditta che faceva intermediazione di manodopera). 

Questo primo maggio però, al dolore della perdita, segna anche il passo dei lavoratori dell’Alitalia nel No al referendum, rigettando la proposta del governo e dei sindacati confederali, rimarcando un momento cruciale, imponendo urgente, la ricostruzione di un sentimento unitario, di una coscienza di classe, dove chiara è apparsa la scelta coraggiosa del rifiuto, riconoscendo una trappola travestita da condizione irrinunciabile e sempre nella consapevolezza dei rischi a cui si andava incontro. Una giornata dunque sentita, sofferta, gioita, costruita pezzo dopo pezzo, passo dopo passo per le strade strette di una città imbellettata, sonnolenta ma questa volta non indifferente, fiduciosi del fatto che tale mobilitazione abbia aggiunto una riflessione ulteriore riguardo i percorsi antagonisti e conflittuali da intraprendere e nella risposta - ribadirlo non fa di certo male - anticapitalista e internazionalista delle lavoratrici e dei lavoratori - che sono chiamati a dare all’orrore del capitalismo e della Troika, in una ricorrenza estremamente importante nella storia del movimento operaio e per la militanza e per l’organizzazione, nella volontà di consolidare un impegno che il primo maggio ha preteso rilanciare e indicare di direzione futura.

3.5.17

FOTO DAL CORTEO DEL 1 MAGGIO

















DOPO TANTI ANNI A FIRENZE SI TORNA IN PIAZZA IL 1 MAGGIO



Erano tanti anni che Firenze non vedeva sfilare un corteo combattivo nella data del 1° di maggio. Tutto si limitava alle rituali celebrazioni fatte di cerimonie o pranzi con musica. Grazie all' "Assemblea per un primo maggio di lotta" quest'anno sono sfilate per le vie del centro centinaia di persone, lavoratori in prima fila, ma anche giovani, studenti, precari, disoccupati, migranti, senza casa, ecc. 

Un corteo determinato e combattivo è partito da Piazza de Ciompi (piazza dal nome evocativo e significativo della prima rivolta di classe nell'Europa medioevale) e dopo poche centinaia di metri si è fermato davanti alla Conad di via Pietrapiana, aperta anche nei giorni festivi, per effettuare una protesta simbolica ma importante, chiudere il supermercato per 15 minuti durante i quali sono stati fatti interventi dal microfono dei sindacalisti di CUB, USB e USI, e sono stati distribuiti volantini fuori e dentro il supermercato contro il lavoro nei giorni festivi. 

All'altezza di Palazzo Vecchio altra sosta per l'intervento di Alessandro Nannini, delegato dei Cobas ATAF, che ha rilanciato lo sciopero dei lavoratori Ataf del 15 maggio invitando tutti i presenti a partecipare alla mobilitazione. 

Poi il corteo è ripartito in direzione piazza Santa Croce fermandosi però in Borgo de Greci sotto la camera del lavoro per esprimere solidarietà e vicinanza ai colleghi ed ai familiari di Fabio, ucciso sul lavoro venerdì 28 aprile in una ditta di spedizioni all'Osmannoro a soli 21 anni e per protestare contro il vergognoso immobilismo della CGIL che anzichè proclamare uno sciopero generale dei lavoratori del settore, per reclamare contratti stabili (Fabio lavorava in una ditta che appaltava lavoratori) e sicurezza nei luoghi di lavoro. 

Un corteo composto da centinaia di persone ha rotto dopo tanti anni il silenzio in una data fondamentale per la storia del movimento operaio, siamo sicuri che la mobilitazione di quest'anno sia soltanto l'inizio del rilancio di una tradizione di lotta. 

IL PRIMO MAGGIO NON SI LAVORA 
VIVA IL PRIMO DI MAGGIO INTERNAZIONALISTA ED ANTICAPITALISTA 

PCL TOSCANA 
ASSOCIAZIONE MARIANO FERREYRA

30.4.17

IL SULTANO ERDOGAN



Cosa dire ancora di Erdogan se non il fatto che è l’incarnazione vivente del detto: “Al peggio non c’è mai fine!”. Eh, sì, perché magari in molti pensavano che il dopo referendum (vinto con una stretta maggioranza, ma qualche maligno dice con brogli) magari sarebbe stato un periodo di quiete, di riflessione, di riorganizzazione, invece no; incassati i complimenti da Trump per la vittoria, si è mosso velocemente per assecondare il suo incontrollato bisogno di macellare i Curdi. Il personaggio è complesso, poliedrico, si muove con sfacciataggine su più fronti: tiene sulla corda gli USA per via della base di Incirlik, è socio in affari di Putin nel costruendo gasdotto Turkish Stream, ha in sostanza preso per i fondelli l’Unione Europea concordando la cifra di tre miliardi di euro per tenere prigionieri quanti scappano dalla guerra ed estorcendone altri tre con la minaccia di favorire l’invasione dell’Europa da parte dei migranti e, come se non bastasse, ha anche la sfrontatezza di blandire Damasco in chiave anti curda. Nello scacchiere mediorientale è, al momento, il capo di stato meglio posizionato, in un paese reso, a suon di arresti ed epurazioni di varia natura, una sorta di roccaforte del suo potere personale, sicuramente con un patrimonio privato immenso, nascosto da qualche parte sotto falso o falsi nomi, perché non si sa mai come possano girare le cose di questo mondo (non dimentichiamo i tentativi di qualche anno fa, dell’opposizione, atti a dimostrare che Erdogan era un corrotto, tentativi tutti stroncati in maniera anche violenta). 

In questo quadro di lucida follia, si arriva alla notte del 25 aprile, quando i jet turchi hanno picchiato duro, bombardando in Iraq del Nord e nel Rojava. Chi ne ha fatto le spese, stavolta è la comunità yazida, comunità che nel 2014 aveva già dato, per mano dell’ISIS, ma quello è un genocidio ignorato; la comunità, che non supera i 300.000 individui, vive in due aree dell'Iraq: i monti del Gebel Singiār (al confine con la Siria) e i distretti di Badinan e Dohuk (nord-ovest del Paese) e ha subito, da parte dell’ISIS, violenze di una crudeltà inaudita. A tutto questo si è aggiunto Recep Tayyip Erdogan, che, da diverso tempo, aveva messo in conto l’attacco, tant’è che sia lui che il suo primo ministro, Binali Yildirim, anche leader del Partito della Giustizia e dello Sviluppo, lo avevano annunciato da mesi. I motivi, al di là di ogni dichiarazione ufficiale, sono quelli di sempre e su tutti rimane prioritaria la distruzione dell’intera comunità curda, perché il movimento di liberazione di quel popolo, organizzato in una serie di sigle, (circa una decina) a partire dal PKK, passando per l’HPG (suo braccio armato) e l’YJA-Star (unità combattenti esclusivamente femminili), è una delle cose che il nuovo sultano turco, proprio non può sopportare, una spina nel fianco che mal si concilia con l’immenso potere che Erdogan ha sin qui acquisito e soprattutto, ancor peggio si concilia con quello che intende ancora acquisire, per cui due curdi morti sono meglio di un curdo vivo. 

L’attacco aereo avrà sicuramente sviluppi con operazioni da terra, perché in genere funziona così: prima gli aerei e poi i carri armati, carri armati che per il momento la Turchia sta ammassando al confine con l’Iraq, senza trascurare di potenziare la presenza delle proprie truppe nella regione autonoma del Kurdistan nel nord dell’Iraq. Ovviamente, in tutto questo, quello che rimane assordante è il silenzio degli “occidentali” (i cosiddetti paesi civili) che avevano accennato timidamente a qualche preoccupazione per gli yazidi quando si è trattato di giustificare la vendita di armamenti all’Iraq. È chiaro che anche qui la situazione è di quelle talmente ingarbugliate e contorte che diventa difficile tracciarne un racconto; sì, perché uno dei macellai che Erdogan utilizza in zona è un curdo-iracheno, uno dei tanti signori della guerra che tiranneggiano in quelle contrade, un tale Masʿūd Bārzānī, presidente della regione del Kurdistan iracheno, il quale, per scannare quelli che alla fin fine sono curdi come lui, anche se un po’ diversi, usa dei panzer tedeschi, carri armati, dei quali magari ci si chiede come possano esser finiti lì, ma questa è un’altra storia, che però, proprio a voler esser impertinenti, si può raccontare facendo un pensiero ancora più impertinente, ossia che quei carri magari, siano la conseguenza del “Flüchtlingsdeal” che è l’altisonante nome dato all’accordo sui rifugiati stipulato da Germania ed EU con la Turchia, fortemente voluto e sponsorizzato dalla signora Merkel, accordo per il quale, qualche maligno ha detto che alla fin fine la cancelliera se ne fregava dei rifugiati, ma che era necessario per salvare il suo cancellierato, altrimenti messo in pericolo per la propaganda elettorale da una “immigrazione illegale e incontrollata” (in altri tempi aveva aperto ai profughi siriani nella convenienza che il capitalismo sempre si ritrova nel profitto di forza lavoro da poter schiavizzare). 

È inutile girarci intorno, le cose vanno dette così come sono: in questo momento Erdogan ha buon gioco, coloro che potrebbero fermarlo non lo faranno per motivi e interessi diversi: Putin perché è socio in affari, gli USA perché i turchi sono alleati strategici (anche se è chiaro a tutti che Trump e Erdogan non si amano), la Francia perché ha interessi altrove ed è nell’affanno delle presidenziali e poi perché da sola non ne avrebbe le forze, la Germania, infine, che ha fatto la propria mossa e dove il prossimo obiettivo della cancelliera sono le elezioni che al più tardi ci saranno nell’autunno di quest’anno, quindi praticamente subito. Diventa piuttosto semplice, stando così le cose, ipotizzare che le bombe della notte del 25 aprile siano premonitrici di tempi difficili e in questa sorta di racconto dell’incubo, uno degli attori primari rimane lui, il sultano Erdogan, che vuole consolidare la sua dittatura all’interno della Turchia e ampliare il suo potere all’esterno, in modo da essere arbitro dei destini dell’intera regione. 

È ovvio che, per un progetto così ambizioso, il movimento di liberazione curdo sia un pericolo, per cui, più di una volta, Erdogan, riferendosi ai curdi ha ribadito di volerli “annientare” e in questo ha trovato complice il silenzio di tanti e soprattutto il silenzio della stampa mondiale nei riguardi dei massacri perpetrati, lo scorso anno, nelle città turche di Cizre e Nusaybin, luoghi in cui non si è nemmeno fatta la conta delle vittime civili.

29.4.17

ALTRO MORTO SUL LAVORO A FIRENZE NON SI FERMA LA CATENA DI OMICIDI DEI PADRONI



Ieri a Firenze è morto un giovane ragazzo di 21 anni mentre lavorava in una ditta di spedizioni, rimasto schiacciato da un crollo di longarine di ferro all'interno del magazzino. 

Fabio è soltanto l'ultima vittima di una lunga catena di omicidi bianchi, paradossalmente è morto proprio nella giornata per la sicurezza sul lavoro. Come sempre negli ultimi anni si sono alzate tiepide voci per condannare questo ennesimo omicidio, dai sindacati confederali che il 1 maggio, anzichè promuovere un corteo cittadino contro le morti sul lavoro e uno sciopero generale per chiedere il rispetto delle norme di sicurezza, andranno a deporre una corona di fiori, alle istituzioni sempre pronte a spendere due finte parole di condanna per poi continuare a promuovere leggi che favoriscono le morti sul lavoro (sempre più sfruttamento vuol dire sempre meno sicurezza). 

Per questo, anzi anche per questo, invitiamo tutti i lavoratori e le lavoratrici a scendere in piazza lunedi 1 maggio in piazza de Ciompi a Firenze alle 10:30 del mattino rispondendo all'appello dell'assemblea per un primo maggio di lotta. 

Perchè di questa società fatta di sfruttamento e di morte non ne possiamo più. 

AL FIANCO DEI FAMILIARI E DEI COLLEGHI DI FABIO 
BASTA OMICIDI SUL LAVORO 

LUNEDI PRIMO MAGGIO PIAZZA DE CIOMPI ORE 10:30 MANIFESTAZIONE PER IL PRIMO MAGGIO

23.4.17

1 MAGGIO, A FIRENZE SI TORNA IN PIAZZA DOPO TANTI ANNI


Il PCL invita tutti e tutte a partecipare al corteo indetto dall'assemblea cittadina "per un primo maggio di lotta"

25 APRILE IN PIAZZA SANTO SPIRITO



Anche quest' anno il 25 Aprile di Firenze Antifascista in Piazza Santo Spirito 

Dalle 15:00 interventi, contro-informazione, musica, cibo e bevande a prezzi popolari! 
Alle 17:00 corteo antifascista per le strade del quartiere.  
A seguire cena in piazza e concerto con: ESERCITO RIBELLE (Firenze militant rap) IVANOSKA (Firenze Ska Punk) FIRENZE é ANTIFASCISTA! 

-- Contro il pattume reazionario, razzista e fascista, per la liberazione di tutte e di tutti! 

Per ancora un anno di troppo siamo stati costretti a sopportare le facce indigeste dei vari Renzi, Salvini, Minniti, Nardella, Poletti. Questi soggetti entrano non invitati nella nostra esistenza per peggiorarla, tagliandoci diritti, salari e servizi. Non contenti, vorrebbero intossicarci con la loro propaganda, pretendendo di dettarci comportamenti e pensieri compatibili con gli interessi di chi gestisce questo sistema. Al loro seguito viene uno stuolo di cosiddetti giornalisti e opinionisti, in realtà pennivendoli pronti a fomentare senza più ritegno l’odio verso gli immigrati, gli emarginati, i sovversivi, solerti nel riportare fedelmente le veline delle questure, pronti a infilarsi a seconda delle esigenze il casco della celere o l’elmetto dei militari che ormai fanno parte integrante dell’arredo urbano della loro città vetrina. Sacerdoti della famiglia tradizionale, apostoli del decoro urbano contro il degrado, difensori della patria e della vera religione minacciate dall’invasione islamica, trovano eco in un sottobosco di iniziative all’apparenza spontanee: comitati antidegrado che applaudono a ogni nuova misura di polizia o pagano sbirri privati per tenere sgomberi i marciapiedi; organizzazioni caritatevoli che raccolgono cibo ma solo per italiani doc; cittadini in rivolta contro la minacciosa presenza di rifugiati, magari ragazzini o mamme con neonati. Non è poi tanto difficile vedere che gli interessi che, a Firenze come nelle altre città, muovono e indirizzano questa apparente spontaneità, sono molti e trasversali. Sono quelli dei gruppuscoli fascisti che si camuffano da cittadini indignati per ricavarsi una legittimità che altrimenti non avrebbero. Sono quelli dei bottegai e dei palazzinari che non vogliono vedere svalutate le proprie rendite a causa di presenze non compatibili. Sono quelli dei politicanti di professione, i Nardella, Alberti, Donzelli, Giani, Barabotti, che costruiscono carriere politiche sulla propaganda securitaria e sono ben contenti di dare visibilità e appoggio a chiunque alimenti un clima favorevole alle proprie ambizioni. Come spiegarsi, altrimenti, che un ministro dell’interno del PD arrivi a esautorare le autorità locali di una città come Napoli per imporre con la violenza poliziesca la presenza sgradita di Salvini, cioè di un campione di quel “pericolo populista” che viene continuamente agitato dal suo partito di fronte a una parte dell’opinione pubblica? O come spiegarsi che un intero quartiere come S. Croce, a novembre scorso, venga blindato per permettere la calata di qualche migliaio di leghisti completamente estranei alla città, e che poi i leghisti stessi si permettano di scorrazzare per la città a provocare ma poi siano gli antifascisti a finire denunciati? Evidentemente per il PD il pericolo populista non è poi così grave, visto che secondo il suo governo l’unico comportamento ammissibile verso razzisti e fascisti è quello di stendere il tappeto rosso, beninteso con la scusa di difendere la libertà di espressione. O meglio, è più fruttuoso passare all’incasso, utilizzando Salvini oggi come Berlusconi ieri per estorcere il voto di chi può, magari, essere sinceramente preoccupato dello spazio che hanno certi personaggi. E così, in prossimità del 25 aprile, vedremo i peggiori reazionari come Nardella e Giani che si riscoprono antifascisti per un giorno, aggiungendo al danno la beffa. Ancora più importante, però, è che vogliono passare all’incasso gli interessi che muovono da dietro i fili di tutte queste marionette: piazze ripulite a uso e consumo dei clienti danarosi grazie al decreto Minniti, lavoratori ricattabili e videosorvegliati grazie al job act, studenti addomesticati dai controlli polizieschi e dall’alternanza scuola / lavoro, immigrati rinchiusi nei cie o ridotti a subire ogni angheria in silenzio dal clima di razzismo diffuso. E, per chiunque si opponga, denunce, misure preventive, arresti... Per questo vogliamo che questo 25 aprile sia vissuto, ancora di più se possibile, come una giornata di lotta. Perché resta più che mai viva e valida la spinta che ha portato i partigiani a prendere le armi per costruire una prospettiva di vita liberata dal bisogno e dall’oppressione, contro le brutture e il marciume in cui vogliono soffocarci, oggi come 70 anni fa. 

Firenze Antifascista

16.4.17

SOLIDARIETA' AI LAVORATORI AVIS IN LOTTA!



Nella giornata di ieri alcuni militanti di IAM, Ass. Mariano Ferreyra e Partito Comunista dei Lavoratori si sono ritrovati davanti alla sede della multinazionale AVIS autonoleggi, in Borgo Ognissanti per esprimere solidarietà ai cinque lavoratori pisani addetti alla pulizia delle auto, che nel dicembre 2016 si sono visti recapitare una lettera di licenziamento dalla suddetta azienda a causa di un cambio d'appalto e per i dieci che  sono stati riassorbiti  dalla nuova ditta appaltatrice con però un netto peggioramento delle condizioni lavorative. 

Da mesi i lavoratori AVIS, dell'aeroporto G.Galilei di Pisa, sono protagonisti di picchetti, scioperi e blocchi; durante uno di questi, lo scorso gennaio, un lavoratore è stato investito e trascinato per alcuni metri da due turisti che intenzionalmente avevano forzato il blocco. 
Anche nella mattinati di ieri sempre all'aeroporto di Pisa, completamente militarizzato da diversi reparti di celere, si sono registrati blocchi nei piazzali, per chiedere il reintegro immediato dei cinque addetti alle pulizie. Ci sono stati momenti di tensione quando alcuni lavoratori sono stati aggrediti dagli addetti alla sicurezza assoldati dal responsabile locale e dalle forze dell'ordine, per aver provato ad avvicinarsi all'ufficio AVIS interno all'aeroporto dove vengono stipulati i contratti di autonoleggio. 

Il Partito Comunista dei Lavoratori Sezione Firenze e l'Associazione Mariano Ferreyra esprimono solidarietà e si schierano dalla parte di tutti i lavoratori Avis in lotta, colpiti da sfruttamento e repressione poliziesca e padronale. 


REINTEGRO IMMEDIATO DEI CINQUE LAVORATORI LICENZIATI!
SE TOCCANO UNO TOCCANO TUTTI!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI SEZIONE FIRENZE - ASSOCIAZIONE MARIANO FERREYRA

11.4.17

CON IL DASPO MINNITI CONSENTE AI SINDACI DI ESSERE ANCHE QUESTORI



E’ del 16 marzo, il decreto del ministro dell’interno Minniti sulla sicurezza urbana di “straordinaria necessità e urgenza”, approvato dalla Camera in prima lettura e che inseguendo a larghi passi le orme del predecessore Maroni, col pretesto legalitario “della sicurezza e del decoro urbano”, consente ai sindaci di usufruire di poteri di ordinanza non dissimili a quelli dei questori, rendendo lecite misure speciali da stato di polizia affinché lontane alla vista, rimangano la povertà, l’immigrazione, le marginalità tutte. Il decreto, che aveva ricevuto il placet dal Consiglio dei ministri del governo Renzi-Gentiloni il 10 febbraio scorso, unitamente a quello del ministro della Giustizia Orlando volto ad una restrizione nella richiesta asilo dei migranti, facilitandone le espulsioni, è arrivato al Senato affinché si confermasse in legge (ad oggi le richieste di asilo prevedono un sistema diviso in tre gradi di giudizio, così come per tutte le altre procedure presenti nel nostro sistema , che includono i processi penali come i ricorsi amministrativi. Al primo grado afferiscono una serie di commissioni territoriali a cui il migrante si rivolge per la prima richiesta di asilo politico. Qualora la domanda venisse respinta, i migranti possono fare ricorso al tribunale ordinario e solo in seguito ad un altro rifiuto, rivolgersi alla Corte d’appello. Si pensi che il ministro Orlando ha reso noto che soltanto nei primi cinque mesi del 2016, le richieste di appello sono state 15 mila. Ma ciò che conta pare proprio sia l’espulsione: perché le procedure siano più agili, il decreto ha eliminato il “terzo grado di giudizio” per i migranti, non consentendo più loro la possibilità di fare ricorso alla Corte d’appello. È stata in questo modo anche scarnificata la procedura di “secondo grado” in modo tale che durante il ricorso al tribunale, il giudice possa prendere la propria decisione senza parlare con il richiedente, facendosi un’idea semplicemente guardando la videoregistrazione dell’udienza nella commissione). 

Il provvedimento ha totalizzato 230 voti a favore, praticamente quelli del PD, il nuovo gruppo parlamentare - con i fuoriusciti guidati da Bersani e Speranza che non hanno fatto una piega verso la maggioranza di governo - . E’ dunque verosimile pensare che potrebbero restituire la cortesia anche in Senato dove la maggioranza si ritroverebbe i voti del gruppo e di Verdini (da plurinquisito ora anche condannato). I voti che si sono espressi contrari sono stati quelli di SI-SEL, con i no degli ex SEL di Mdp. Astensione invece da parte del Movimento 5 Stelle, che in tal modo ha reso evidente il non voler porsi come voce critica. Mentre l’opposizione della destra: Forza Italia, Lega, FdI alla Camera, in realtà esprime misure ancor più legalitarie nella costruzione della figura di sindaco-sceriffo, dando carta bianca alle forze dell'ordine ed è evidente che eviterà di bocciare al Senato, un decreto che incarna esattamente tutte le intenzionalità espresse. 

 E infatti Salvini ha salutato piuttosto favorevolmente il decreto di Minniti in Commissione Affari costituzionali e non solo: per mezzo di un accordo sottobanco tra PD e FI, la maggioranza di governo ha fatto proprio un emendamento di Mara Carfagna riguardo l'articolo 10 del decreto che consente il carcere per la “flagranza di reato differita” - dispositivo repressivo già in uso per gli stadi di calcio e che permette alle forze di polizia di fermare e arrestare persone anche senza aver commesso azioni criminose e unicamente tramite l’identificazione con videoregistrazioni: dunque quale miglior meccanismo repressivo durante i cortei nei confronti dei partecipanti, in particolar modo nelle manifestazioni politiche? 

Abbiamo poi la longa manus del PD-FI-Lega anche nella cancellazione dal testo del decreto, dell'emendamento governativo che stabiliva l’applicazione del codice di identificazione per reparto delle forze dell’ordine impiegate nelle piazze e che pur risuonando di farsa, dato che il codice di identificazione personale del singolo poliziotto non inchioda alle responsabilità penali, per la ragione che vuole queste perseguibili solo a livello individuale, l’immediata eliminazione di tale aggiunta da parte del governo, di fatto allinea il “centro-sinistra” renziano e il “centro-destra” di Belusconi, Salvini e Meloni alla medesima concezione repressiva dell’ ”ordine pubblico”, dando liceità ad ogni tipo controllo da parte della polizia. La propaganda d’altronde, è in grado di legittimarsi senza dover prendere in prestito eccessive didascalie e se lo stesso Minniti, nel dettagliare il proprio provvedimento, non si è fatto scrupolo nel sostenere che in Italia i reati sono diminuiti nel 2016 del 9,4%, ma vi è comunque una maggiore “percezione di insicurezza”, l’equazione è presto data. 

I reati calano del 10% ma a breve si ritorna alle urne ed ecco che per rispondere al giustizialismo forcaiolo la cui realizzazione del crimine non corrisponde al vero, si ricorre e necessariamente al provvedimento di “straordinaria necessità e urgenza”: un provvedimento classista che colpisca possibilmente con accresciuta ignominia i migranti, i mendicanti, coloro rimasti senza un tetto, i venditori abusivi, i tossicodipendenti, i sottoproletari, i piccoli spacciatori ed in definitiva la povertà che oramai si configura crimine e da cui s’arrischierebbe la“percezione di insicurezza”. Questo è dunque Minniti. 

 Il Daspo è il maglio brandito dal sistema borghese per far male. E di questo se ne è avvalso il braccio destro - un tempo - di D’Alema che in quello “urbano”, consegnandolo come strumento ai sindaci, ne alimenta l’ossessione nella“sicurezza” e nel “decoro”, rispondendo con estrema violenza, non solo ai meno abbienti ma preparando anche nuovi meccanismi di repressione verso militanti a cui pretestuosamente poter far carico di tutta una serie di accuse grottesche, quali ad esempio, l’arbitraria fruizione degli spazi pubblici. E’ l’arma che colpisce chiunque voglia esercitare il diritto di manifestare pubblicamente la propria dissidenza: un esempio recente è il fermo di polizia di centinaia di manifestanti diretti alla manifestazione Eurostop a cui è toccato il Daspo che li ha rimandati indietro col foglio di via obbligatorio. 

Inoltre tale dispositivo, consente al questore di estendere il divieto nella frequentazione di determinati luoghi pubblici (e non è un giudice a stabilirlo ma l’autorità di pubblica sicurezza) alle persone che presentano condanne che risalgono agli ultimi tre anni - anche con sentenza non definitiva - per spaccio (e qui la materia giuridica si fa incandescente, infatti è grazie alla Fini-Giovanardi, giudicata per di più incostituzionale, che è possibile includervi in tale conta anche i semplici consumatori di sostanze). 

 E non deve certo stupire che tra i “garantisti” più accorati vi siano buona parte dei rappresentati del partito-nazione, proprio coloro che più di tutti invocano il principio di innocenza fino al terzo grado di giudizio (esemplare è la supplica di Minzolini a cui è accorso in soccorso il PD) per i reati finanziari e non per le marginalità sociali. Dunque il sindaco di Firenze che è tra i più entusiasti del decreto Minniti, il renzianissimo Dario Nardella, lo “sgomberatore” compulsivo, l’alfiere del decreto ingiuntivo, lo strenuo “garantista” nei confronti di Renzi ed entourage, ha al proprio attivo uno dei primi “Daspo urbani”, seguito da Sala a Milano nel numero di due e dal sindaco leghista di Gallarate, Cassani, con ben 9 sanzioni e 7 Daspo in neanche un mese. Alcuna demarcazione o differenza è possibile ovviamente tracciare tra sindaci di “centro-sinistra” e “centro-destra” nel capitalizzare questa legge, Maroni da ministro degli Interni s’era dato un bel da fare affinché nascesse la figura del sindaco-sbirro e ora Minniti apre a questa possibilità con il decreto .

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